Il Canto della Pioggia

La pioggia scendeva lenta sulla città addormentata, accarezzando i tetti con dita leggere e scivolando lungo i vetri come lacrime di un cielo innamorato. Era una notte di fine autunno, e l’aria sapeva di terra bagnata, di foglie umide e di segreti sussurrati nel buio.

Matteo camminava sotto il portico antico della piazza principale, le mani affondate nelle tasche del cappotto e il viso rivolto verso l’alto, lasciando che le gocce gli sfiorassero la pelle. Non portava ombrello, non lo aveva mai fatto. C’era qualcosa di magico nella pioggia, qualcosa di primordiale e intimo, un richiamo dolce e malinconico che lo spingeva a lasciarsi bagnare, a sentirsi parte del mondo, senza filtri.

Si fermò davanti a una libreria ancora aperta, una piccola perla incastonata tra edifici secolari. La vetrina illuminata gettava un bagliore dorato sulla strada umida, e attraverso il vetro appannato intravide una figura intenta a sistemare alcuni volumi su uno scaffale. Una ragazza dai capelli scuri e ricci che si muoveva con grazia tra i libri, con quella naturalezza di chi abita tra le pagine da tutta la vita.

Spinse la porta, facendo tintinnare il campanello d’ingresso. Il profumo di carta antica e di caffè lo avvolse come una coperta, un rifugio caldo nel cuore della notte piovosa.

La ragazza si voltò e gli rivolse un sorriso.

— Sei fradicio.

— Mi piace la pioggia — rispose lui, stringendosi nelle spalle.

Lei annuì, come se comprendesse perfettamente quelle parole. E forse le comprendeva davvero.

— Anche a me. È come una melodia che non ha bisogno di parole.

Matteo la guardò, sorpreso. Nessuno gli aveva mai detto una cosa simile.

— Tu sei la proprietaria?

— No, mio zio. Ma di notte mi lascia chiudere il negozio. È il momento più bello della giornata.

Si chiamava Elisa, e amava la pioggia tanto quanto lui. Quel dettaglio insignificante divenne il primo di una lunga lista di scoperte. Restarono a parlare per ore, mentre fuori il temporale cantava una ninna nanna ai tetti della città. Parlava di libri, di sogni, di ricordi legati all’odore della terra bagnata.

Matteo tornò ogni notte di pioggia. Era diventato un tacito accordo tra loro, una promessa mai pronunciata. Quando il cielo si oscurava e le prime gocce danzavano sulla pietra, lui sapeva che l’avrebbe trovata lì, con una tazza di tè caldo e un libro aperto tra le mani.

Fu una notte di dicembre che accadde. La pioggia cadeva più fitta del solito, trasformando la città in un dipinto impressionista. Matteo entrò nella libreria e trovò Elisa vicino alla finestra, lo sguardo perso nel movimento ipnotico delle gocce.

— Sai cosa amo della pioggia? — disse lei senza voltarsi. — Che è imprevedibile. A volte è leggera e discreta, a volte impetuosa. Ma è sempre vera.

Matteo si avvicinò. Le ciocche scure di Elisa ricadevano umide sulle spalle, e gli occhi avevano il colore del cielo prima del temporale.

— Proprio come l’amore — rispose lui.

Lei si voltò appena, sorpresa. Poi sorrise, un sorriso che aveva il sapore della pioggia stessa: dolce, malinconico, eterno.

Fu allora che la baciò. Un bacio silenzioso, fatto di gocce che scivolavano sulle loro pelli e di dita intrecciate con la stessa naturalezza con cui la pioggia abbraccia la terra. Fu un bacio che sapeva di notti insonni, di pagine sfogliate al lume di una lampada, di promesse sussurrate tra le note del temporale.

Da quella notte, ogni pioggia li ritrovò insieme, a camminare senza ombrello per le strade vuote, a ridere mentre le pozzanghere schizzavano d’acqua intorno a loro, a stringersi sotto i portici come se il mondo intero si fermasse in quell’istante.

Perché la pioggia non era solo acqua. Era poesia, era musica. Era l’amore che scendeva dal cielo per ricordare agli uomini che la bellezza esiste, anche nelle notti più buie.

Pubblicato da daniel

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