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La strana serata.

“Una sera mi trovavo per le vie della mia città.

Un centro tranquillo, di 15.000 anime dove ben poco succedeva per arrivare agli onori della cronaca.

Ricordo che, con degli amici, giravo per la zona pedonale.

Ad un tratto vidi, poco distante da me, una ragazza seduta su un marciapiede con le mani in volto.

Subito non capii il suo comportamento. Gli occhi bassi e lucidi e lo sguardo perso nel vuoto. E quelle mani, mani piccole, minute, delicate. Ricordo che mi avvicinai a lei e che mi guardò terrorizzata. Mi urlò “NON TI AVVICINARE!!!” con un tono quasi sconvolto dalla paura che le facessi del male.

Feci un passo indietro, non volevo spaventarla, ma solo aiutarla e capire come mai tenesse quel comportamento.

Pochi secondi dopo vidi il suo viso distrutto dalle lacrime. Stava piangendo a dirotto, col volto di chi ha passato una guerra e non un sabato sera in una cittadina tranquilla come la mia. Il trucco ormai era completamente colato, gli occhi gonfi di pianto, tanto da non riuscire neanche a stare aperti. E quella voce, la voce rotta di chi non sa più che dire, né che fare.

Notai in lei un terrore folle e cominciai a parlarle. Lei, diffidente e spaventata, non conoscendomi si terrorizzò e si chiuse per un po’ a riccio. I miei amici non si accorsero di nulla, andarono avanti per i fatti loro senza notare neanche che mi ero fermato.

Non mi importò molto di loro, in quell’occasione.

Mi importava maggiormente l’aiuto che avrei voluto e potuto dare ad una ragazza distrutta dal dolore e dalla tensione.

In pochi minuti, dopo lo shock iniziale, lei iniziò ad aprirsi. Non le chiesi subito il perché si tenesse il volto o per quale motivo stesse piangendo. Le chiesi il nome e le dissi il mio. Fu lei poi a dirmi di scusarla se mi stava facendo stare lì a pensare a lei invece che stare con gli amici in un bel sabato sera estivo.

Le dissi chiaramente una frase: “Ragazza cara. Non mi frega nulla, l’importante è che tu possa star meglio.”

Non so perché mi prese tanto la situazione.

Lei dopo un po’ di parole capì di potersi fidare di me. Parliamoci chiaro, se avessi voluto farle del male, avrei avuto già l’occasione all’inizio, quando si disperava.

Fu così che lei, in un momento di sfogo, mi disse che il suo “ragazzo” l’aveva mollata, non prima di averla picchiata e derisa davanti ai suoi amici.

“Begli amici!!!!” dissi io arrabbiatissimo. Come si può definire amico chi non ferma un atto schifoso come la violenza????

La feci parlare, lei pianse, si appoggiò a me, che intanto mi ero seduto accanto a lei. E parlò. Parlò per più di due ore delle continue angherie e violenze che quell’uomo, se così si può chiamare, le perpetrava ormai da più di 5 anni.

Alla fine la convinsi a fare l’azione più dura della sua vita. Rivolgersi alle forze dell’ordine e denunciare il suo aguzzino. Non potevo sopportare che un essere spregevole come quello potesse ridurre in lacrime e distruggere moralmente una persona rimanendo impunito. L’accompagnai io alla Stazione dei Carabinieri.

Lei raccontò tutto all’agente di turno che la convinse. La convinse a mettere tutto nero su bianco e firmare la denuncia.

Capite? Avevo appena aiutato una donna a denunciare il suo aguzzino, il violento di turno che non ha specie e non ha cuore.

Pochi giorni dopo seppi che il violento in questione fu arrestato dai militari e rinchiuso in cella, in attesa di sentenza.

Fu lei a dirmelo, con gli occhi questa volta piena di gioia e di felicità per essersi, finalmente, liberata di quel balordo.

Ed è questo che spero facciano tutti. Spero un giorno di poter dire “Finalmente le donne stanno denunciando le violenze!”

Non dimenticherò mai i suoi occhi, anche se….. spero di non vedere mai più occhi così feriti e tristi come i suoi.”

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L’infame.

“28 agosto 1999.

I grilli cantavano festanti ed il vociare dei bambini che giocavano in piazza allietava la calda sera di fine estate.

Una bellissima serata, ma ad un tratto l’urlo assordante delle sirene, accompagnato dal bagliore delle luci stroboscopiche blu, squarcia la tranquillità dell’intero paese.

Gli agenti, intervenuti a sirene spiegate, circondano la palazzina proprio di fronte a me. Dopo pochi minuti, il silenzio. Le sirene si spengono così come le luci lampeggianti. Non è dato sapere cosa stia succedendo nel palazzo di fronte.

Ad un tratto qualcosa si muove. Escono due uomini in giacca e cravatta, di un’eleganza smodata, seri e compassati. Scruto, nei loro occhi, una piccola soddisfazione. Appena qualche secondo ed escono altri uomini con la pettorina classica della Polizia ed un uomo che, data l’ora e probabilmente la stanchezza lavorativa, pareva vestito solo in pigiama, con lo sguardo assonnato di chi, forse, si era appisolato guardando la televisione.

Mi colpì molto il suo sguardo. Pareva assonnato, ma ancora di più pareva incredulo e triste. Quasi sembrava in shock per quello che, poi, si capì essere l’arresto.

L’accusa, seppi giorni dopo, fu delle più infamanti: omicidio, come direbbero gli americani, di primo grado. Si tratta della fattispecie più grave, l’assassinio volontario di una persona.

Rimasi stranito alla notizia.

Conoscevo di vista quell’uomo e tutto avrei pensato, meno che fosse un omicida. Ricordo un giorno in cui ci parlai e rimasi colpito dalla sua personalità, gentile e garbata. Era sì un uomo deciso, ma talmente deciso da compiere un omicidio proprio no. Non ci potevo credere.
Fu arrestato sulla base di un testimone che, a suo dire, lo aveva visto mentre spingeva con forza una persona sotto il treno che passava in corsa alla stazione.

Passarono parecchi anni. Sentii che quell’uomo fu condannato in primo grado a 30 anni di carcere per omicidio volontario aggravato dai futili motivi.
Un’accusa a cui non credevo.

Fu per questo che, anche se non avevo rapporti personali con quell’uomo, mi misi ad indagare.

Non sono né un detective né un agente di polizia, ma un semplice ragazzo con sete di giustizia.

Cominciai a carpire quante più informazioni possibili sull’assassino e la sua vittima. Sulle loro famiglie.

Parlai a lungo persino col testimone presunto del fatto.

Ci misi anni ma arrivai alla verità. L’uomo arrestato era stato incastrato.

Come lo scoprii?

Semplice, feci parlare il teste dell’omicidio che, onestamente, non conoscevo.

Ho un animo abbastanza provocatore e fu grazie a questo che riuscii a farlo parlare nel pieno della sincerità e franchezza.

Mi raccontò che colui che aveva indicato come assassino, in realtà, era un suo ex socio d’affari con cui aveva diviso la proprietà di una piccola azienda.
Purtroppo per l’accusato, un bel giorno trovò il caro socio con le “mani nella marmellata”. Stava distraendo dei ricavi della piccola azienda di cui erano proprietari per avere più soldi da giocare.

Era un ludopatico. Giocava più volte al giorno, senza mai smettere per diverse ore.

Il mio dirimpettaio era il socio di maggioranza, colui che deteneva la titolarità delle azioni da intraprendere e colui che assumeva le decisioni fondamentali per la vita economica e gestionale dell’azienda.

Quando trovò il socio con le mani nel sacco si arrabbiò molto, tanto da voler rilevare le sue quote e liquidarlo in malo modo.

Ricordo che il socio fedifrago mi disse: “Non lo sopportavo. Mi disse . Non potevo permettermi una denuncia, così appresi del ritrovamento del cadavere di una giovane qui vicino e mi inventai tutto. Dissi alla polizia che ero testimone di un omicidio, l’omicidio della ragazza, e da qui partì tutto”.

“Mi volevo vendicare per quello che era successo” – continuò – “ed il solo modo era quello di infamarlo.”

“Bello stronzo” dissi io.

“Cosa potevo fare?” mi rispose “Ho moglie e due figli ed una denuncia mi avrebbe tolto dalla loro vita per sempre. Mia moglie è molto rigida ed io non potevo nascondere la mia malattia.”

“Malattia?” chiesi sorpreso.

“Sì, malattia. Gioco e sono consapevole di rovinarmi, ma non so smettere”.

“E così infami un uomo e macchi di un’onta terribile una persona per la tua stupida, ignorante malattia??” dissi seccatissimo.

Non so cosa mi tenne dal rifilargli un pugno in faccia.
Sta di fatto che pochi giorni dopo rividi quel disgraziato e gli dissi “Sai, ho pensato bene alla chiacchierata dell’altro giorno e sono dell’idea che devi andare dagli agenti a dire la verità.”

Lui subito rise, ma poi ci pensò bene e disse “Senti, dammi una mano. Non voglio andare da solo.”

“Ok” gli dissi. E lo accompagnai al Commissariato più vicino.

Qualche settimana dopo la svolta. Vidi nuovamente le pattuglie della prima sera. Questa volta niente urla delle sirene, né bagliori blu. Solo tanta gentilezza ed un uomo sollevato e sorridente. La giustizia era fatta e lui tornò libero. Libero dall’accusa infamante, libero di tornare alla sua famiglia ed al suo unico amore, la sua donna.

Negli stessi minuti, il secondo uomo, quello vendicativo e bastardo, venne prelevato. Questa volta era lui nei guai.

Si scoprì pochi mesi dopo, dalle indagini sull’omicidio, che l’assassino era proprio quel testimone, tanto falso quanto cattivo, che tempo prima aveva accusato un innocente.

Fu condannato all’ergastolo e dovette risarcire il malcapitato di turno che, in modo molto pacato e quasi piangendo, mi ringraziò.

Non rividi più nessuno dei due, né fui contattato dagli agenti, ma una cosa era certa. Avevo aiutato un innocente ad essere un uomo libero e la giustizia ad essere veramente giusta.”

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Incontri

“Era una calda sera estiva.
Io ed una mia amica eravamo a passeggiare in un piccolo parco, un luogo a noi caro perché era il luogo dove ci siamo conosciuti. 

La Luna, la magica Luna faceva capolino sopra le nostre teste e, con la sua luce, quasi ci accarezzava. 

Ad un tratto, un bagliore accecante ci sorprese. Fummo quasi scioccati da tanta luminosità e cademmo a terra. Non so se fu il lampo luminoso a farci svenire o solo lo spavento. 

Ricordo solo che, quando ci risvegliammo, eravamo stesi su una specie di letto ipertecnologico, una struttura metallica – per altro molto comoda – con cui ci potevamo muovere liberamente ovunque, pur restando stesi. 

Provammo a capire dove ci trovavamo. Era un posto strano e nuovo per noi e ci guardammo a lungo in faccia per l’incredulità. 

Ad un certo punto, un personaggio dalle sembianze particolari ci apparve davanti, ci scrutò quasi stranito dalla lieve somiglianza con lui e cominciò a parlare. Ci chiese come stavamo e ricordo che ci chiamò per nome. 

Rimanemmo agghiacciati. “Come fai a sapere i nostri nomi?” chiesi io. Lui mi rispose che sapeva molte cose di noi, mi disse che erano anni che ci osservava per capire. 

Poi, devo dire molto gentilmente, si presentò. Disse di chiamarsi Martium e di venire da uno dei Pianeti più remoti dell’universo. 

La mia amica si spaventò molto. Si mise ad urlare di lasciarci andare e che, se fosse stato uno scherzo, sarebbe stato di cattivissimo gusto ma…. Uno scherzo non lo era affatto. 

Ci fece vedere – e qui io sorrisi – un documento, scritto in una lingua strana ma comprensibile, molto simile al latino, e su questo documento c’era scritto “Comandant Martium” ed altre scritte che ora non ricordo. 

Ci spiegò, rassicurando lei, che non aveva alcuna intenzione di farci del male. Anzi! Voleva solamente studiarci un po’ e capire i nostri usi e farci capire – con un non so che di manie di grandezza – come rendere il nostro pianeta più civile e funzionale…. 

Continuammo a non comprendere… 

Ad un tratto ci guarda e dice “Amici, seguitemi. Vi mostro un po’ della nostra gente e delle nostre usanze, vi va?” 

Noi timidamente annuimmo e lui ci portò in una vera e propria suite, con tanto di arredi di pregio. Rimasi colpito da tutto quel lusso in un posto così spartano. Lui ci fece vedere un monitor in cui si vedeva la nostra gente e le scelte che faceva. Si notava, però, sulla destra una specie di schermo a realtà virtuale, in cui veniva ritratta la stessa persona, ma in un altro comportamento, a loro dire più corretto. 

Ad un certo punto il monitor si soffermò su un dettaglio che mi fece gelare il sangue. Ero io che venivo ritratto mentre, in una litigata, diedi una manata ad un amico, facendolo cadere a terra. 

Mi girai a destra, dallo schermo in cui doveva esserci il giusto comportamento, ma notai che era spento. Gli chiesi: “Scusi Comandante, ma perché lo schermo “dei comportamenti giusti” è spento? 

Anche la mia amica, scioccata dalla scena a cui aveva assistito poco prima, chiese il perché. E fu lì la grande sorpresa. Lui, il nostro ormai amico extraterrestre, ci guardò e si mise a ridere. “Vedete” ci disse “noi sul nostro pianeta abbiamo una grande tecnologia, ma essa ci aiuta, ed abbiamo anche sistemi che controllano che ciò che facciamo non sia dannoso per il nostro sistema. Ma….” Si fermò. 

“Ma??” Chiese la mia amica. 

“Ma….Non abbiamo la cosa più importante: l’autodeterminazione. In realtà anche i nostri comportamenti sono controllati dalla tecnologia. Non abbiamo emozioni, non abbiamo sensazioni, noi viviamo in funzione di un computer che ci dice cosa fare.” 

“Ma è sconvolgente” Dissi io. 

“Sì” mi rispose “E’ sconvolgente, ed è quello che sta succedendo a voi. Ormai tutti sui social, su Facebook, Twitter, tutti connessi e tutti con “il pensiero di massa” ma nessuno che ha un’idea sua”. 

La mia amica ed io rimanemmo attoniti. Poi, quasi di scatto, gli dissi “Vedi, hai ragione! Stiamo annullandoci e ci stiamo facendo uccidere la mente dalla tecnologia”. 

Lui rise, ma non di cattiveria, ma quasi ad annuire nei miei confronti. Mi disse “Amico, hai capito ora in che mondo vi state evolvendo? Hai capito cosa sta per succedere? Voi umani state quasi arrivando al nostro sistema. Un mondo apatico, senza emozioni. Un mondo in cui non si ragiona se non “perché l’ha detto la tv”.” 

Stemmo lì a parlare tanto tempo, in una conversazione quasi surreale ma molto costruttiva. Alla fine ci abbraccio e ci disse “Ora che il mio scopo è raggiunto, tornate tra la vostra gente. E’ ora.” 

Quasi ci rimanemmo male, ma da un lato ci sentimmo sollevati ed accettammo la sua offerta di lasciarci andare, con una promessa: insegnare nuovamente al mondo a pensare a suo modo, ognuno con le sue emozioni e le sue usanze. Ognuno in modo differente. 

Ci ritrovammo, di colpo, nello stesso punto in cui eravamo stati inizialmente e tornammo alla vita di sempre, ma più consapevoli di noi stessi e, forse, un po’ più ricchi. 

Un solo fatto avvenne dopo quello strano, stupendo, incontro: io e la mia amica buttammo via i cellulari, tornando alle vecchie maniere e fu grazie a quello che ora, finalmente, posso dire di amare una persona. Alla follia. E posso dire di amarla davvero, senza tecnologia. Solo e unicamente nella realtà.” 

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Amore Malato.

“Ciao,
mi chiamo Malia (il nome è di fantasia). Ho 25 anni e da quando ne avevo 16 esco con un ragazzo. Lui è il mio amore, si chiama Robert.

Ci amiamo alla follia e lui mi fa sentire bene, mi adora, mi fa sembrare una Regina.

Sì, una Regina.

Qualche settimana fa, mi son sentita tremendamente in colpa perché ho sbagliato e l’ho fatto arrabbiare tanto. Non è la prima volta che il mio amore si arrabbia con me. Non è la prima volta neanche che commetto un errore.

E lui, anche questa volta, come ogni volta, mi ha punita per lo sbaglio. Me lo sono meritato. Mi ha dato uno schiaffo in pieno volto. Dopo quella sberla il mio viso era rosso fuoco, io piangevo ma non so perché. E’ stata colpa mia se si è arrabbiato e se non sono stata in grado di farmi perdonare. E’ colpa mia se l’ho messo in condizione di darmi quel ceffone.

Io sbaglio molto, lo so bene. E lui, per il mio bene, cerca – come dice lui – di correggermi. Lo fa sempre, perché sbaglio sempre.

Lui lo fa perché mi ama ed il segno del suo amore, a volte, è anche sentir male.
Mi ama talmente tanto che, pensate, non vuole che io neanche vada a farmi un giro con un’amica. Mi protegge in questo modo. Vuole fortemente che io sia tutta per lui e nessun altro. Neanche per un attimo posso essere di qualcun altro.

Ora però non ci sono più. E questa storia ve la sto raccontando dal cielo, da quel posto infinito che lui, nel suo profondo amore, mi voleva far toccare. Ed ora, quel cielo l’ho toccato, lo abbraccio e lo abbraccerò per sempre, perché lui, quel mio grande amore, in un attimo di nervoso mi ha uccisa.

Mi ha colpita forte, per correggermi, ma forse il forte era troppo forte per me. Ho picchiato il capo e sono deceduta.

Ora, amici ed amiche che vedete la mia storia, non ci sono più.
Non sono più di nessuno. E lascio i miei figli, i nostri figli, che non avranno più la loro madre, in segno di un amore che forse amore non era.”

Newcastle-Tottenham: standing ovation per medico.

Domenica scorsa la partita di Premier League tra Newcastle e Tottenham poteva finire tragicamente.

Un tifoso sugli spalti, durante il match, ha avuto un malore e si è accasciato esanime a terra. Per fortuna, nei pressi del ragazzo c’era un medico che, accortosi immediatamente della situazione drammatica, è intervenuto praticando il massaggio cardiaco.

Anche in campo il malore del tifoso non è passato inosservato, tanto che Sergio Reguilon, terzino del Tottenham, è corso dall’arbitro e lo ha esortato a sospendere immediatamente il gioco.

Questo prezioso gesto ha permesso allo staff medico dello stadio di attraversare il campo e portare il defibrillatore nei pressi dell’uomo, salvandogli di fatto la vita.

“Non potevo giocare con il pensiero di quell’uomo” ha dichiarato Reguilon a fine partita.

E chiude: “Ora pare stia meglio e sia fuori pericolo. Questo importa, no? Il resto non conta nulla.”

Grande tributo, per gli ultimi minuti di partita, al medico che ha praticato il massaggio cardiaco, accompagnato per diversi minuti da un lungo applauso da parte di tifosi e, prima della ripresa del gioco, giocatori delle due squadre.

Morto Angelo Licheri. Tentò di salvare Alfredino Rampi.

Si è spento all’età di 77 anni Angelo Licheri, ricoverato da tempo in una clinica di Nettuno (Roma).

Licheri è stato uno degli uomini che hanno vissuto in prima persona la tragedia di Alfredino Rampi, il bimbo di 6 anni che nel 1981 cadde in uno strettissimo pozzo.

Angelo Licheri fu il soccorritore che tentò il tutto per tutto, calandosi all’interno del pozzo nel tentativo di afferrare Alfredino, senza purtroppo riuscirci.

Licheri, all’epoca, aveva 36 anni, ma da 40 anni viveva ancora con quella scena negli occhi. Al solo ricordo, quando ne parlava, gli luccicavano gli occhi. Chiaro segno di una tragedia per lui indimenticabile. Una tragedia che segnò la sua vita, ma anche la vita di tutta l’Italia che stette per giorni a tifare affinché i soccorritori riuscissero a salvare Alfredino.

Purtroppo fu tutto inutile. Il piccolo morì nel pozzo dopo 3 giorni ed il suo corpo venne recuperato ben 28 giorni dopo il decesso.

Eroi di tutti i giorni: Martina.

Quando pensiamo agli eroi, ci vengono subito in mente Batman e Robin, Superman, i fantastici 4. Personaggi di fantasia, insomma.

Ci sono, tuttavia, eroi silenziosi in carne ed ossa che passando inosservati compiono gesta incredibili, come salvare una vita.

La storia di oggi ha per protagonista una ragazza che si chiama Martina Pigliapoco, giovanissima, e che indossa la gloriosa divisa dell’Arma dei Carabinieri.

E’ una giornata qualunque nel Bellunese, quando ad un tratto arriva una chiamata d’emergenza al 112: una donna, una madre, è salita su un ponte e vuole buttarsi nel vuoto.

Martina ed il collega in pattuglia si precipitano sul posto ed è appena arrivata che la carabiniera inizia il suo grande gesto: si siede sul ponte, con la donna abbastanza distante che, tristemente, aveva già superato il parapetto del ponte, con l’intenzione di farla finita.

Ecco che Martina inizia a parlarle, stando seduta ferma, quasi come fanno i bambini quando giocano. Quei bambini che, nella famiglia dell’aspirante suicida, sono numerosi. Infatti la donna ha 3 figli piccoli che, da un momento all’altro, potrebbero rimanere orfani di madre.

L’agente comincia a chiederle di loro, a chiederle il perchè vuole buttarsi e le spiega che, per quanto complessa, la vita è una ed è bellissima. Una lunga chiacchierata prosegue per circa 4 ore, con la donna sempre oltre il parapetto che, però, ascolta la carabiniera e dialoga con lei.

Dopo 4 lunghe ed estenuanti ore, il dialogo di Martina con la madre dei 3 bambini sortisce un bellissimo effetto: l’aspirante suicida scavalca nuovamente il parapetto e, questa volta, si fa avvicinare dalla carabiniera e dai soccorritori che la prendono in cura.

Felicità ed emozione, dopo il salvataggio, nelle parole della giovane ragazza dell’Arma che si definisce ancora incredula e molto felice per quello che è riuscita a fare. Una situazione di estrema delicatezza ed urgenza che lei è riuscita a portare a termine con grandissima intelligenza e molta umanità. Quell’umanità tipica di chi ama aiutare gli altri.

Plauso dal Presidente della Regione Veneto Luca Zaia che parla di Martina come un’eroina contemporanea e silenziosa che, con grande passione, umanità e capacità dà valore alla divisa che indossa, ricordando che gli eroi dei giorni nostri sono questi: persone normali che, al momento opportuno, diventano speciali.

Perugia, bimbo morto: convalidato fermo.

Il Giudice per le indagini preliminari di Perugia ha convalidato il fermo per omicidio volontario aggravato alla donna, madre del piccolo, che il primo ottobre aveva adagiato il piccolo morto su un nastro di un supermercato.

La donna, 44 anni ungherese, è stata fermata come responsabile del delitto, dal momento che il bambino di 2 anni presentava evidenti ferite d’arma da taglio.

Lei, attraverso il suo legale, si professa innocente, mentre il padre l’accusa dicendo che l’ha ucciso per evitare di riconsegnarlo a lui, designato come affidatario del piccolo

Facebook, Instagram e Whatsapp down: i ragazzi ritornano al passato.

Giornata dai contorni vintage quella che stanno vivendo in queste ore i ragazzi di mezzo mondo.

I tre social network più famosi, Facebook, Instagram e Whatsapp, sono fuori uso dalle 18 di questo pomeriggio per un problema ancora di natura ignota.

Tutti disperati? Non proprio.

Alcune persone, giovani e meno giovani, hanno riscoperto, grazie a questo blackout, il piacere di usare vecchi metodi di contatto, quali le chiamate, il vecchio e caro sms e lo “squillo”. E subito partono i ricordi, con frasi come “Ricordi che tempi? Quando finivano i 100 sms e facevi lo squillo per far capire che non li avevi più” oppure “Che bello quando finiva il credito del telefonino e l’unico modo per tenersi in contatto era vedersi”.

E’ da dire che, ormai, siamo un po’ tutti schiavi dei social. Siamo diventati ormai sudditi di un Tweet, di un Like o di uno “share”, ma non sappiamo più cosa voglia dire un abbraccio, un bacio oppure una semplice telefonata all’amico lontano.

Forse giornate come questa ci sarebbero utili più spesso, perchè riscoprire metodi “vintage” ed anche un po’ di “socialità diretta” ha un sapore diverso. Il sapore che, ormai, non è più nella nostra bocca.

Maltempo: provincia di Alessandria sott’acqua.

Fortissima ondata di maltempo quella che, nelle ultime 24 ore, sta colpendo il Piemonte.

Particolarmente interessate dalle piogge le province di Alessandria e di Savona, con intere zone sommerse dall’acqua.

I danni più ingenti si contano a Pontinvrea (SV), dove il torrente Erro ha rotto gli argini invadendo tutta la città e spazzando via tutto. Gravi danni anche nella zona di Sassello (SV) dove un ponte è crollato.

Nel basso Alessandrino le forti piogge hanno fatto innalzare tutti i corsi d’acqua fino al livello di pericolo. Disposte evacuazioni in molte zone golenali ad Alessandria e provincia e chiusi diversi ponti su Orba, Bormida e torrente Erro.

Al momento la situazione fiumi nell’alessandrino è sotto controllo, ma permane lo stato di allerta rossa in tutta la provincia. Scuole chiuse in diversi comuni.

Turchia, uomo alla ricerca di… se stesso.

Signore e signori, bimbi e bimbe, madame e monsieur ecco a voi l’epic win di questo 2021.

Siamo in Turchia, precisamente nella zona di Inegöl, dove un uomo di circa 50 anni si è perso nel bosco mentre usciva (ubriaco) da un locale con amici.

Subito scattano i soccorsi e le squadre di ricerca entrano in azione.

Fin qui tutto normale ma…..

Dopo qualche ora di ricerche inutili, un uomo ubriaco si unisce alle operazioni e qui entra in scena il grottesco.

L’uomo, infatti, era lo stesso 50enne che i soccorsi stavano cercando.

Insomma, una vera e propria ricerca di se stesso, per fortuna con ritrovamento finale.

Formula 1: a Sochi sorpresa Norris.

Grande sorpresa nelle qualifiche del GP di Formula 1 in programma domenica a Sochi (Russia).

Lando Norris su McLaren si aggiudica la pole position inaspettatamente, al termine di una qualifica anomala, dove i “soliti noti” non brillano.

Secondo, alle sue spalle, il ferrarista Carlos Sainz Jr. che piazza la rossa di Maranello in prima fila lasciandosi alle spalle un incredibile George Russell ed il pluricampione Lewis Hamilton, autore di diversi errori (persino in pit lane) e di un incidente ai box, dove ha investito un meccanico.

Guai seri per Verstappen che rinuncia alla qualifica e partirà ultimo e per Leclerc che, avendo sostituito il motore, partirà 19°.

Motociclismo: muore in pista a 15 anni.

Un’altra tragedia scuote il mondo delle due ruote.

Nella gara odierna a Jerez (Spagna), il 15enne Dean Viñales ha perso la vita in un incidente molto simile a quello che, a Sepang nel 2011, ha portato via Marco “Sic” Simoncelli.

Il ragazzo, in lotta nel centro del gruppo, ha perso il controllo della sua moto, cadendo ed è stato investito da alcuni piloti dietro di lui che, data la brevissima distanza, non hanno potuto fare nulla per evitarlo

Immediata la bandiera rossa e attivati subito i soccorsi, per il giovane non c’è stato nulla da fare.

Troppo gravi le ferite al capo riportate nell’impatto con le altre moto. Sotto shock il cugino, campione della MotoGP, Maverick Viñales. Annullato, in segno di lutto, tutto il resto del programma che si doveva svolgere nel weekend.

Mondiali 2022: Italia-Svizzera 0-0.

Una brutta Italia pareggia a reti bianche a Basilea contro un’ottima Svizzera, nella seconda partita delle qualificazioni ai Mondiali 2022.

Occasione ghiotta per Berardi al 19’, ma l’azzurro si fa ipnotizzare da Sommer e non riesce a sfruttare l’1 contro 1.

Dal 25’ fino alla fine del primo tempo Svizzera sugli scudi ed Italia in affanno.

Nel secondo tempo arriva l’occasione della partita: al 53’ Rodriguez stende Berardi in area e l’arbitro concede il calcio di rigore. Jorginho sul dischetto, ma tira malissimo e Sommer para facilmente.

Da quel momento assolo svizzero, ma il risultato non cambia. La qualificazione azzurra, ora, è in serio pericolo.

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