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La strana serata.

“Una sera mi trovavo per le vie della mia città.

Un centro tranquillo, di 15.000 anime dove ben poco succedeva per arrivare agli onori della cronaca.

Ricordo che, con degli amici, giravo per la zona pedonale.

Ad un tratto vidi, poco distante da me, una ragazza seduta su un marciapiede con le mani in volto.

Subito non capii il suo comportamento. Gli occhi bassi e lucidi e lo sguardo perso nel vuoto. E quelle mani, mani piccole, minute, delicate. Ricordo che mi avvicinai a lei e che mi guardò terrorizzata. Mi urlò “NON TI AVVICINARE!!!” con un tono quasi sconvolto dalla paura che le facessi del male.

Feci un passo indietro, non volevo spaventarla, ma solo aiutarla e capire come mai tenesse quel comportamento.

Pochi secondi dopo vidi il suo viso distrutto dalle lacrime. Stava piangendo a dirotto, col volto di chi ha passato una guerra e non un sabato sera in una cittadina tranquilla come la mia. Il trucco ormai era completamente colato, gli occhi gonfi di pianto, tanto da non riuscire neanche a stare aperti. E quella voce, la voce rotta di chi non sa più che dire, né che fare.

Notai in lei un terrore folle e cominciai a parlarle. Lei, diffidente e spaventata, non conoscendomi si terrorizzò e si chiuse per un po’ a riccio. I miei amici non si accorsero di nulla, andarono avanti per i fatti loro senza notare neanche che mi ero fermato.

Non mi importò molto di loro, in quell’occasione.

Mi importava maggiormente l’aiuto che avrei voluto e potuto dare ad una ragazza distrutta dal dolore e dalla tensione.

In pochi minuti, dopo lo shock iniziale, lei iniziò ad aprirsi. Non le chiesi subito il perché si tenesse il volto o per quale motivo stesse piangendo. Le chiesi il nome e le dissi il mio. Fu lei poi a dirmi di scusarla se mi stava facendo stare lì a pensare a lei invece che stare con gli amici in un bel sabato sera estivo.

Le dissi chiaramente una frase: “Ragazza cara. Non mi frega nulla, l’importante è che tu possa star meglio.”

Non so perché mi prese tanto la situazione.

Lei dopo un po’ di parole capì di potersi fidare di me. Parliamoci chiaro, se avessi voluto farle del male, avrei avuto già l’occasione all’inizio, quando si disperava.

Fu così che lei, in un momento di sfogo, mi disse che il suo “ragazzo” l’aveva mollata, non prima di averla picchiata e derisa davanti ai suoi amici.

“Begli amici!!!!” dissi io arrabbiatissimo. Come si può definire amico chi non ferma un atto schifoso come la violenza????

La feci parlare, lei pianse, si appoggiò a me, che intanto mi ero seduto accanto a lei. E parlò. Parlò per più di due ore delle continue angherie e violenze che quell’uomo, se così si può chiamare, le perpetrava ormai da più di 5 anni.

Alla fine la convinsi a fare l’azione più dura della sua vita. Rivolgersi alle forze dell’ordine e denunciare il suo aguzzino. Non potevo sopportare che un essere spregevole come quello potesse ridurre in lacrime e distruggere moralmente una persona rimanendo impunito. L’accompagnai io alla Stazione dei Carabinieri.

Lei raccontò tutto all’agente di turno che la convinse. La convinse a mettere tutto nero su bianco e firmare la denuncia.

Capite? Avevo appena aiutato una donna a denunciare il suo aguzzino, il violento di turno che non ha specie e non ha cuore.

Pochi giorni dopo seppi che il violento in questione fu arrestato dai militari e rinchiuso in cella, in attesa di sentenza.

Fu lei a dirmelo, con gli occhi questa volta piena di gioia e di felicità per essersi, finalmente, liberata di quel balordo.

Ed è questo che spero facciano tutti. Spero un giorno di poter dire “Finalmente le donne stanno denunciando le violenze!”

Non dimenticherò mai i suoi occhi, anche se….. spero di non vedere mai più occhi così feriti e tristi come i suoi.”

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L’infame.

“28 agosto 1999.

I grilli cantavano festanti ed il vociare dei bambini che giocavano in piazza allietava la calda sera di fine estate.

Una bellissima serata, ma ad un tratto l’urlo assordante delle sirene, accompagnato dal bagliore delle luci stroboscopiche blu, squarcia la tranquillità dell’intero paese.

Gli agenti, intervenuti a sirene spiegate, circondano la palazzina proprio di fronte a me. Dopo pochi minuti, il silenzio. Le sirene si spengono così come le luci lampeggianti. Non è dato sapere cosa stia succedendo nel palazzo di fronte.

Ad un tratto qualcosa si muove. Escono due uomini in giacca e cravatta, di un’eleganza smodata, seri e compassati. Scruto, nei loro occhi, una piccola soddisfazione. Appena qualche secondo ed escono altri uomini con la pettorina classica della Polizia ed un uomo che, data l’ora e probabilmente la stanchezza lavorativa, pareva vestito solo in pigiama, con lo sguardo assonnato di chi, forse, si era appisolato guardando la televisione.

Mi colpì molto il suo sguardo. Pareva assonnato, ma ancora di più pareva incredulo e triste. Quasi sembrava in shock per quello che, poi, si capì essere l’arresto.

L’accusa, seppi giorni dopo, fu delle più infamanti: omicidio, come direbbero gli americani, di primo grado. Si tratta della fattispecie più grave, l’assassinio volontario di una persona.

Rimasi stranito alla notizia.

Conoscevo di vista quell’uomo e tutto avrei pensato, meno che fosse un omicida. Ricordo un giorno in cui ci parlai e rimasi colpito dalla sua personalità, gentile e garbata. Era sì un uomo deciso, ma talmente deciso da compiere un omicidio proprio no. Non ci potevo credere.
Fu arrestato sulla base di un testimone che, a suo dire, lo aveva visto mentre spingeva con forza una persona sotto il treno che passava in corsa alla stazione.

Passarono parecchi anni. Sentii che quell’uomo fu condannato in primo grado a 30 anni di carcere per omicidio volontario aggravato dai futili motivi.
Un’accusa a cui non credevo.

Fu per questo che, anche se non avevo rapporti personali con quell’uomo, mi misi ad indagare.

Non sono né un detective né un agente di polizia, ma un semplice ragazzo con sete di giustizia.

Cominciai a carpire quante più informazioni possibili sull’assassino e la sua vittima. Sulle loro famiglie.

Parlai a lungo persino col testimone presunto del fatto.

Ci misi anni ma arrivai alla verità. L’uomo arrestato era stato incastrato.

Come lo scoprii?

Semplice, feci parlare il teste dell’omicidio che, onestamente, non conoscevo.

Ho un animo abbastanza provocatore e fu grazie a questo che riuscii a farlo parlare nel pieno della sincerità e franchezza.

Mi raccontò che colui che aveva indicato come assassino, in realtà, era un suo ex socio d’affari con cui aveva diviso la proprietà di una piccola azienda.
Purtroppo per l’accusato, un bel giorno trovò il caro socio con le “mani nella marmellata”. Stava distraendo dei ricavi della piccola azienda di cui erano proprietari per avere più soldi da giocare.

Era un ludopatico. Giocava più volte al giorno, senza mai smettere per diverse ore.

Il mio dirimpettaio era il socio di maggioranza, colui che deteneva la titolarità delle azioni da intraprendere e colui che assumeva le decisioni fondamentali per la vita economica e gestionale dell’azienda.

Quando trovò il socio con le mani nel sacco si arrabbiò molto, tanto da voler rilevare le sue quote e liquidarlo in malo modo.

Ricordo che il socio fedifrago mi disse: “Non lo sopportavo. Mi disse . Non potevo permettermi una denuncia, così appresi del ritrovamento del cadavere di una giovane qui vicino e mi inventai tutto. Dissi alla polizia che ero testimone di un omicidio, l’omicidio della ragazza, e da qui partì tutto”.

“Mi volevo vendicare per quello che era successo” – continuò – “ed il solo modo era quello di infamarlo.”

“Bello stronzo” dissi io.

“Cosa potevo fare?” mi rispose “Ho moglie e due figli ed una denuncia mi avrebbe tolto dalla loro vita per sempre. Mia moglie è molto rigida ed io non potevo nascondere la mia malattia.”

“Malattia?” chiesi sorpreso.

“Sì, malattia. Gioco e sono consapevole di rovinarmi, ma non so smettere”.

“E così infami un uomo e macchi di un’onta terribile una persona per la tua stupida, ignorante malattia??” dissi seccatissimo.

Non so cosa mi tenne dal rifilargli un pugno in faccia.
Sta di fatto che pochi giorni dopo rividi quel disgraziato e gli dissi “Sai, ho pensato bene alla chiacchierata dell’altro giorno e sono dell’idea che devi andare dagli agenti a dire la verità.”

Lui subito rise, ma poi ci pensò bene e disse “Senti, dammi una mano. Non voglio andare da solo.”

“Ok” gli dissi. E lo accompagnai al Commissariato più vicino.

Qualche settimana dopo la svolta. Vidi nuovamente le pattuglie della prima sera. Questa volta niente urla delle sirene, né bagliori blu. Solo tanta gentilezza ed un uomo sollevato e sorridente. La giustizia era fatta e lui tornò libero. Libero dall’accusa infamante, libero di tornare alla sua famiglia ed al suo unico amore, la sua donna.

Negli stessi minuti, il secondo uomo, quello vendicativo e bastardo, venne prelevato. Questa volta era lui nei guai.

Si scoprì pochi mesi dopo, dalle indagini sull’omicidio, che l’assassino era proprio quel testimone, tanto falso quanto cattivo, che tempo prima aveva accusato un innocente.

Fu condannato all’ergastolo e dovette risarcire il malcapitato di turno che, in modo molto pacato e quasi piangendo, mi ringraziò.

Non rividi più nessuno dei due, né fui contattato dagli agenti, ma una cosa era certa. Avevo aiutato un innocente ad essere un uomo libero e la giustizia ad essere veramente giusta.”

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Incontri

“Era una calda sera estiva.
Io ed una mia amica eravamo a passeggiare in un piccolo parco, un luogo a noi caro perché era il luogo dove ci siamo conosciuti. 

La Luna, la magica Luna faceva capolino sopra le nostre teste e, con la sua luce, quasi ci accarezzava. 

Ad un tratto, un bagliore accecante ci sorprese. Fummo quasi scioccati da tanta luminosità e cademmo a terra. Non so se fu il lampo luminoso a farci svenire o solo lo spavento. 

Ricordo solo che, quando ci risvegliammo, eravamo stesi su una specie di letto ipertecnologico, una struttura metallica – per altro molto comoda – con cui ci potevamo muovere liberamente ovunque, pur restando stesi. 

Provammo a capire dove ci trovavamo. Era un posto strano e nuovo per noi e ci guardammo a lungo in faccia per l’incredulità. 

Ad un certo punto, un personaggio dalle sembianze particolari ci apparve davanti, ci scrutò quasi stranito dalla lieve somiglianza con lui e cominciò a parlare. Ci chiese come stavamo e ricordo che ci chiamò per nome. 

Rimanemmo agghiacciati. “Come fai a sapere i nostri nomi?” chiesi io. Lui mi rispose che sapeva molte cose di noi, mi disse che erano anni che ci osservava per capire. 

Poi, devo dire molto gentilmente, si presentò. Disse di chiamarsi Martium e di venire da uno dei Pianeti più remoti dell’universo. 

La mia amica si spaventò molto. Si mise ad urlare di lasciarci andare e che, se fosse stato uno scherzo, sarebbe stato di cattivissimo gusto ma…. Uno scherzo non lo era affatto. 

Ci fece vedere – e qui io sorrisi – un documento, scritto in una lingua strana ma comprensibile, molto simile al latino, e su questo documento c’era scritto “Comandant Martium” ed altre scritte che ora non ricordo. 

Ci spiegò, rassicurando lei, che non aveva alcuna intenzione di farci del male. Anzi! Voleva solamente studiarci un po’ e capire i nostri usi e farci capire – con un non so che di manie di grandezza – come rendere il nostro pianeta più civile e funzionale…. 

Continuammo a non comprendere… 

Ad un tratto ci guarda e dice “Amici, seguitemi. Vi mostro un po’ della nostra gente e delle nostre usanze, vi va?” 

Noi timidamente annuimmo e lui ci portò in una vera e propria suite, con tanto di arredi di pregio. Rimasi colpito da tutto quel lusso in un posto così spartano. Lui ci fece vedere un monitor in cui si vedeva la nostra gente e le scelte che faceva. Si notava, però, sulla destra una specie di schermo a realtà virtuale, in cui veniva ritratta la stessa persona, ma in un altro comportamento, a loro dire più corretto. 

Ad un certo punto il monitor si soffermò su un dettaglio che mi fece gelare il sangue. Ero io che venivo ritratto mentre, in una litigata, diedi una manata ad un amico, facendolo cadere a terra. 

Mi girai a destra, dallo schermo in cui doveva esserci il giusto comportamento, ma notai che era spento. Gli chiesi: “Scusi Comandante, ma perché lo schermo “dei comportamenti giusti” è spento? 

Anche la mia amica, scioccata dalla scena a cui aveva assistito poco prima, chiese il perché. E fu lì la grande sorpresa. Lui, il nostro ormai amico extraterrestre, ci guardò e si mise a ridere. “Vedete” ci disse “noi sul nostro pianeta abbiamo una grande tecnologia, ma essa ci aiuta, ed abbiamo anche sistemi che controllano che ciò che facciamo non sia dannoso per il nostro sistema. Ma….” Si fermò. 

“Ma??” Chiese la mia amica. 

“Ma….Non abbiamo la cosa più importante: l’autodeterminazione. In realtà anche i nostri comportamenti sono controllati dalla tecnologia. Non abbiamo emozioni, non abbiamo sensazioni, noi viviamo in funzione di un computer che ci dice cosa fare.” 

“Ma è sconvolgente” Dissi io. 

“Sì” mi rispose “E’ sconvolgente, ed è quello che sta succedendo a voi. Ormai tutti sui social, su Facebook, Twitter, tutti connessi e tutti con “il pensiero di massa” ma nessuno che ha un’idea sua”. 

La mia amica ed io rimanemmo attoniti. Poi, quasi di scatto, gli dissi “Vedi, hai ragione! Stiamo annullandoci e ci stiamo facendo uccidere la mente dalla tecnologia”. 

Lui rise, ma non di cattiveria, ma quasi ad annuire nei miei confronti. Mi disse “Amico, hai capito ora in che mondo vi state evolvendo? Hai capito cosa sta per succedere? Voi umani state quasi arrivando al nostro sistema. Un mondo apatico, senza emozioni. Un mondo in cui non si ragiona se non “perché l’ha detto la tv”.” 

Stemmo lì a parlare tanto tempo, in una conversazione quasi surreale ma molto costruttiva. Alla fine ci abbraccio e ci disse “Ora che il mio scopo è raggiunto, tornate tra la vostra gente. E’ ora.” 

Quasi ci rimanemmo male, ma da un lato ci sentimmo sollevati ed accettammo la sua offerta di lasciarci andare, con una promessa: insegnare nuovamente al mondo a pensare a suo modo, ognuno con le sue emozioni e le sue usanze. Ognuno in modo differente. 

Ci ritrovammo, di colpo, nello stesso punto in cui eravamo stati inizialmente e tornammo alla vita di sempre, ma più consapevoli di noi stessi e, forse, un po’ più ricchi. 

Un solo fatto avvenne dopo quello strano, stupendo, incontro: io e la mia amica buttammo via i cellulari, tornando alle vecchie maniere e fu grazie a quello che ora, finalmente, posso dire di amare una persona. Alla follia. E posso dire di amarla davvero, senza tecnologia. Solo e unicamente nella realtà.” 

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Amore Malato.

“Ciao,
mi chiamo Malia (il nome è di fantasia). Ho 25 anni e da quando ne avevo 16 esco con un ragazzo. Lui è il mio amore, si chiama Robert.

Ci amiamo alla follia e lui mi fa sentire bene, mi adora, mi fa sembrare una Regina.

Sì, una Regina.

Qualche settimana fa, mi son sentita tremendamente in colpa perché ho sbagliato e l’ho fatto arrabbiare tanto. Non è la prima volta che il mio amore si arrabbia con me. Non è la prima volta neanche che commetto un errore.

E lui, anche questa volta, come ogni volta, mi ha punita per lo sbaglio. Me lo sono meritato. Mi ha dato uno schiaffo in pieno volto. Dopo quella sberla il mio viso era rosso fuoco, io piangevo ma non so perché. E’ stata colpa mia se si è arrabbiato e se non sono stata in grado di farmi perdonare. E’ colpa mia se l’ho messo in condizione di darmi quel ceffone.

Io sbaglio molto, lo so bene. E lui, per il mio bene, cerca – come dice lui – di correggermi. Lo fa sempre, perché sbaglio sempre.

Lui lo fa perché mi ama ed il segno del suo amore, a volte, è anche sentir male.
Mi ama talmente tanto che, pensate, non vuole che io neanche vada a farmi un giro con un’amica. Mi protegge in questo modo. Vuole fortemente che io sia tutta per lui e nessun altro. Neanche per un attimo posso essere di qualcun altro.

Ora però non ci sono più. E questa storia ve la sto raccontando dal cielo, da quel posto infinito che lui, nel suo profondo amore, mi voleva far toccare. Ed ora, quel cielo l’ho toccato, lo abbraccio e lo abbraccerò per sempre, perché lui, quel mio grande amore, in un attimo di nervoso mi ha uccisa.

Mi ha colpita forte, per correggermi, ma forse il forte era troppo forte per me. Ho picchiato il capo e sono deceduta.

Ora, amici ed amiche che vedete la mia storia, non ci sono più.
Non sono più di nessuno. E lascio i miei figli, i nostri figli, che non avranno più la loro madre, in segno di un amore che forse amore non era.”

Bologna: primo trapianto vertebre al mondo.

Notizia incredibile quella proveniente dall’istituto Rizzoli di Bologna.

Un paziente 77enne, affetto da un tumore osseo, è stato sottoposto ad un delicatissimo intervento (il primo al mondo) di “sostituzione” di quattro vertebre.

Le ossa malate sono state asportate e sono così state rimpiazzate da vertebre diverse, provenienti dalla banca dell’osso e dei tessuti.

L’intervento, portato avanti dall’equipe del Dott. Gasbarrini (intervistato nelle settimane scorse dal programma giornalistico “Le Iene”) è perfettamente riuscito e, dopo poco tempo, il paziente è stato dimesso.

Non è la prima volta che il Dott. Gasbarrini fa parlare di sé. Egli, infatti, ha il merito di aver approntato un metodo di sostituzione di ossa malate con strutture metalliche create ad hoc da stampanti 3D.

Le sue imprese in campo chirurgico oncologico sono incredibili e sono il segno tangibile che, in Italia, le eccellenze ci sono e fanno invidia al mondo.

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Roma: distrugge bus, passante lo abbatte.

Sembra una scena del film “Una pallottola spuntata”, invece è accaduto veramente a Roma.

Un passeggero straniero, improvvisamente, ha dato in escandescenza ed ha iniziato a frantumare i finestrini del bus su cui viaggiava.

Dopo l’atto vandalico, il distruttore è scappato tentando di dileguarsi tra le vie della Capitale, ma non aveva fatto i conti con un passante che, vista la scena, ha deciso d’intervenire, abbattendo l’autore dei danni con un pugno.

Pugno che dev’essere stato proprio forte, dal momento che il danneggiatore è rimasto tramortito al suolo fino all’arrivo della Polizia.

Fortunatamente, escluso lui, nessun ferito si è registrato nell’accadimento, ma tanto sgomento e rabbia da parte dei sindacati degli autisti che chiedono, in casi estremi, la dotazione di Taser (la pistola elettrica usata per immobilizzare, molto in voga tra gli agenti di polizia U.S.A.) per prevenire rischi alla propria incolumità.

Clima: l’incoerenza dei manifestanti.

E’ di ieri, 27 settembre, la notizia che circa un milione di persone si è riversata in piazze e strade per manifestare a favore degli impegni per preservare il clima.

Un milione di uomini, donne e soprattutto studenti che si sono riversati in massa per dire basta ai danni che noi stessi e, a dire dei manifestanti, i nostri potenti stanno facendo al clima.

C’è un punto negativo, però, in tutto questo: l’incoerenza di chi manifesta.

Parliamoci chiaro, chi non ha l’aria condizionata in auto o ufficio. Chi non ha mai pranzato o cenato in un McDonald’s, chi non ha mai utilizzato un mezzo pubblico o privato a motore.

L’incoerenza sta proprio in questo: milioni di studenti e ragazzi che sono scesi in piazza ma che, se il riscaldamento in aula non funziona, oppure se manca l’aria condizionata a scuola, si mettono a sbraitare e fare scioperi studenteschi (occasioni, ultimamente, per saltare un giorno di scuola).

Greta (o meglio, chi la manovra) ha ragione a dire che ci stiamo rovinando con le nostre mani. Abbiamo sempre più emissioni, sempre più spazzatura in giro e nel sottosuolo e stiamo sfruttando ogni singolo angolo del pianeta per le nostre attività. Ma Greta non capisce che per evitare questa situazione e portare nuovamente la Terra ad essere sana bisognerebbe tornare al Medioevo, quando non esistevano mezzi pubblici né privati, quando le stanze erano illuminate da fiaccole e torce. Quando, insomma, la tecnologia era pari a zero.

Saremmo in grado, ora, nel 2019, di tornare a tale civiltà? Sicuramente no. Facciamo tutto tramite la tecnologia: gli uffici, le poste, le banche, i negozi, tutti operano con mezzi tecnologici. Tutti illuminano strade, piazze, negozi e quant’altro con l’elettricità (che provoca emissioni nocive).

Inoltre, cara Greta, non comprendi che le emissioni che tu condanni sono quelle che ti permettono di girare i Paesi occidentali (perché in Oriente non ci vai) e, senza quelle, ci metteresti mesi a spostarti.

Cara Greta, ciò che dici è perfetto, ma tristemente inapplicabile. Ed indurre persone, schiave di tecnologie di vario genere, a manifestare per un’utopia è cosa abbastanza anacronistica e, quindi, incoerente se poi effettivamente non si fa qualcosa.

Cara Greta e cari manifestanti, avete ragione, il clima va aiutato, ma per davvero e non solo per saltare la scuola. Le emissioni non le evitate con un giorno di scuola in meno, ma inquinando meno. Ed inquinare meno significa, a volte, evitare l’autobus o l’automobile per recarsi a scuola od al lavoro, vuol dire stare attenti a ciò che si spreca ed a come e quanto si usa la tecnologia (come la nostra amata aria condizionata), vuol dire, infine, utilizzare modi meno invasivi e nocivi per muoversi, pasteggiare e VIVERE. Altrimenti tutte le vostre manifestazioni, i vostri slogan e le vostre “lotte” diventeranno inutili e sarete tacciati, per sempre, di essere incoerenti.

Ah, un ultimo appello ai maestri e professori di ogni ordine e grado: anziché permettere, giustificandoli (ministro dell’istruzione compreso) agli studenti di manifestare per un’utopia, inculcate ai vostri studenti il sentimento vero di amore verso il Pianeta ed insegnate loro ad inquinare meno.

Eutanasia: Consulta sdogana l’aiuto a morire.

Sentenza storica della Corte Costituzionale.

I giudici della Consulta, esprimendosi sul caso di DJ Fabo, accompagnato in Svizzera per l’eutanasia dal deputato dei Radicali Marco Cappato, hanno espresso parere favorevole all’aiuto al suicidio, ovviamente in determinate condizioni come quelle del dj.

I Costituzionalisti hanno precisato che, quando ricorrano condizioni fisiche tali da essere, la vita, garantita da macchinari ed essendo la persona in una situazione irreversibile di malattia che provochi sofferenze indicibili, allora l’eutanasia è accettabile.

Nel caso specifico, Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, ebbe un incidente gravissimo nel 2014 che lo portò a diventare tetraplegico e cieco.

Nel 2015 si fa portare in India per provare una cura con le cellule staminali, ma contrariamente alle sue speranze, il miglioramento è davvero impercettibile.

A questo punto la mamma di Fabo si rivolge a Marco Cappato che indica un’associazione di aiuto a morire, su richiesta stessa del ragazzo (era il 2017). Il radicale si prende subito a cuore la situazione, resa nota anche al Presidente Mattarella, ed accompagna Fabo alla clinica Dignitas in Svizzera, dove Antoniani, accompagnato da madre e fidanzata, morde la capsula letale e spegne le sue sofferenze.

Tornato in Italia, Marco Cappato si autodenuncia ai Carabinieri e viene indagato per istigazione al suicidio, ma i giudici costituzionalisti, ieri, ribaltano tutto e invocano un lavoro da parte dei legislatori per garantire il diritto di decidere in pieno della propria vita.

Felice Marco Cappato ed il partito Radicale, mentre aspre critiche arrivano (come da copione) dalla Conferenza Episcopale Italiana che si dice sconcertata per la decisione.

Albania: sciame sismico, spavento e feriti.

Alcune scosse di terremoto si sono verificate, nelle ultime ore, in Albania.

La più forte si è registrata ieri, con una magnitudo di 5.8 della scala Richter.

La scossa, che ha avuto luogo alle ore 16:04 con epicentro a 6 km da Durazzo, ha provocato alcuni feriti ed ingenti danni materiali ma, per fortuna, nessuna vittima. Distintamente avvertita anche in altre zone della penisola balcanica ed anche in Italia, è stata seguita, nella notte, da due scosse superiori a magnitudo 4.

Il Governo italiano, che ha espresso la sua vicinanza alla popolazione albanese colpita, ha offerto all’Albania aiuti logistici e umanitari in caso di necessità.

 

Bimbo cade nel vuoto, salvato al volo.

Un bimbo di 5 anni, a Casalmaiocco (Lodi), è caduto dal balcone della sua abitazione, al secondo piano di una palazzina.

Fortunatamente passava di lì un ragazzo che, poco prima, lo ha visto sporgersi troppo sul parapetto.

In pochi secondi il giovane si è trovato a correre verso il bambino “in volo” ed a prenderlo al volo, evitando il peggio.

I due si trovano ora ricoverati in ospedale, ma nessuno è in pericolo di vita.

Da una prima ricostruzione, sembra che i genitori non fossero in casa.

Formula 2 in autostrada, automobilisti increduli.

Siamo ormai abituati a tante stranezze, ma quello che è accaduto in Repubblica Ceca, probabilmente, le batte tutte.

A Pribram, 60 km a sud di Praga, gli automobilisti sono rimasti esterrefatti quando si son trovati ad essere sorpassati una monoposto da gara di GP2, precisamente una Dallara con tanto di sponsor.

La vettura, ovviamente illegale su una normale autostrada perché priva di targa, luci e quant’altro, viaggiava seguita a stretto raggio da una Chevrolet Corvette rossa, come si vede nel video

Ignote le generalità del novello pilota che, però, rischia fino a 400 euro di multa, il sequestro del mezzo ed una sospensione della patente per un anno.f2-autostrada-repubblica-ceca-900x569

F1, Monza: Leclerc fa doppietta!

Emozionante vittoria di Charles Leclerc nel GP d’Italia.

Il monegasco si aggiudica la gara al termine di un incredibile duello con le due Mercedes che le provano tutte ma, tra scie e gomme andate, non riescono mai a rendersi pericolose.

Unico momento d’inquietudine per i tifosi della Rossa quando Hamilton, cercando un sorpasso impossibile, viene urtato da Leclerc e rischia il “dritto” (bandiera bianca-nera per Leclerc, una sorta di ammonizione a non commettere altre infrazioni).

Hamilton, che aveva montato le Medie, va in crisi con le gomme e termina la gara 3°.

Al secondo posto va Bottas. Disastro Vettel che prima va in testacoda e poi si becca 10 secondi di stop&go per aver urtato Perez. Finirà la gara 13°.

F1, Monza: l’assurda qualifica.

Qualifica incredibile a Monza.

Charles Leclerc (Ferrari) conquista la pole position davanti alle due Mercedes di Hamilton e Bottas.

Nella Q1, senza Verstappen per cambio della power unit, dominio Leclerc.

In Q2 zampata Hamilton che, per la prima volta nel weekend, mette la testa avanti, anche se per poco.

Nella Q3 succede l’incredibile (che finisce sotto investigazione): tutti escono a 2 minuti dal termine, alla ricerca della scia degli altri piloti ma… nessuno la concede!

Solo Charles si avvede del tempo che scorre e rompe gli indugi, superando il traguardo prima della bandiera a scacchi. Gli altri, invece, prendono la bandiera e devono abortire il giro.

Vettel partirà così quarto, ma il tutto dovrà essere rivisto dai commissari, chiamati a decidere chi penalizzare tra i 9 piloti coinvolti nell’ultima, pazza sessione.

Berrettini: il sogno svanisce. Nadal in finale.

S’infrange contro Rafael Nadal il sogno americano di Matteo Berrettini.

L’italiano, primo semifinalista tricolore dopo 42 anni agli U.S. Open, si schianta contro lo spagnolo, non certo impeccabile e dice addio ai sogni di gloria nel torneo.

Primo set equilibrato, con lo spagnolo che salva due set points e si porta a casa il set 8-6 al tie break.

Da quel momento svanisce ogni possibilità di rimonta di Matteo che perde anche gli altri due set (6-4 ; 6-1) e dice addio al torneo migliore della sua carriera.

Rafa affronterà in finale Medvedev, che nella semi ha battuto il bulgaro Dimitrov.

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