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La strana serata.

“Una sera mi trovavo per le vie della mia città.

Un centro tranquillo, di 15.000 anime dove ben poco succedeva per arrivare agli onori della cronaca.

Ricordo che, con degli amici, giravo per la zona pedonale.

Ad un tratto vidi, poco distante da me, una ragazza seduta su un marciapiede con le mani in volto.

Subito non capii il suo comportamento. Gli occhi bassi e lucidi e lo sguardo perso nel vuoto. E quelle mani, mani piccole, minute, delicate. Ricordo che mi avvicinai a lei e che mi guardò terrorizzata. Mi urlò “NON TI AVVICINARE!!!” con un tono quasi sconvolto dalla paura che le facessi del male.

Feci un passo indietro, non volevo spaventarla, ma solo aiutarla e capire come mai tenesse quel comportamento.

Pochi secondi dopo vidi il suo viso distrutto dalle lacrime. Stava piangendo a dirotto, col volto di chi ha passato una guerra e non un sabato sera in una cittadina tranquilla come la mia. Il trucco ormai era completamente colato, gli occhi gonfi di pianto, tanto da non riuscire neanche a stare aperti. E quella voce, la voce rotta di chi non sa più che dire, né che fare.

Notai in lei un terrore folle e cominciai a parlarle. Lei, diffidente e spaventata, non conoscendomi si terrorizzò e si chiuse per un po’ a riccio. I miei amici non si accorsero di nulla, andarono avanti per i fatti loro senza notare neanche che mi ero fermato.

Non mi importò molto di loro, in quell’occasione.

Mi importava maggiormente l’aiuto che avrei voluto e potuto dare ad una ragazza distrutta dal dolore e dalla tensione.

In pochi minuti, dopo lo shock iniziale, lei iniziò ad aprirsi. Non le chiesi subito il perché si tenesse il volto o per quale motivo stesse piangendo. Le chiesi il nome e le dissi il mio. Fu lei poi a dirmi di scusarla se mi stava facendo stare lì a pensare a lei invece che stare con gli amici in un bel sabato sera estivo.

Le dissi chiaramente una frase: “Ragazza cara. Non mi frega nulla, l’importante è che tu possa star meglio.”

Non so perché mi prese tanto la situazione.

Lei dopo un po’ di parole capì di potersi fidare di me. Parliamoci chiaro, se avessi voluto farle del male, avrei avuto già l’occasione all’inizio, quando si disperava.

Fu così che lei, in un momento di sfogo, mi disse che il suo “ragazzo” l’aveva mollata, non prima di averla picchiata e derisa davanti ai suoi amici.

“Begli amici!!!!” dissi io arrabbiatissimo. Come si può definire amico chi non ferma un atto schifoso come la violenza????

La feci parlare, lei pianse, si appoggiò a me, che intanto mi ero seduto accanto a lei. E parlò. Parlò per più di due ore delle continue angherie e violenze che quell’uomo, se così si può chiamare, le perpetrava ormai da più di 5 anni.

Alla fine la convinsi a fare l’azione più dura della sua vita. Rivolgersi alle forze dell’ordine e denunciare il suo aguzzino. Non potevo sopportare che un essere spregevole come quello potesse ridurre in lacrime e distruggere moralmente una persona rimanendo impunito. L’accompagnai io alla Stazione dei Carabinieri.

Lei raccontò tutto all’agente di turno che la convinse. La convinse a mettere tutto nero su bianco e firmare la denuncia.

Capite? Avevo appena aiutato una donna a denunciare il suo aguzzino, il violento di turno che non ha specie e non ha cuore.

Pochi giorni dopo seppi che il violento in questione fu arrestato dai militari e rinchiuso in cella, in attesa di sentenza.

Fu lei a dirmelo, con gli occhi questa volta piena di gioia e di felicità per essersi, finalmente, liberata di quel balordo.

Ed è questo che spero facciano tutti. Spero un giorno di poter dire “Finalmente le donne stanno denunciando le violenze!”

Non dimenticherò mai i suoi occhi, anche se….. spero di non vedere mai più occhi così feriti e tristi come i suoi.”

L’infame.

“28 agosto 1999.

I grilli cantavano festanti ed il vociare dei bambini che giocavano in piazza allietava la calda sera di fine estate.

Una bellissima serata, ma ad un tratto l’urlo assordante delle sirene, accompagnato dal bagliore delle luci stroboscopiche blu, squarcia la tranquillità dell’intero paese.

Gli agenti, intervenuti a sirene spiegate, circondano la palazzina proprio di fronte a me. Dopo pochi minuti, il silenzio. Le sirene si spengono così come le luci lampeggianti. Non è dato sapere cosa stia succedendo nel palazzo di fronte.

Ad un tratto qualcosa si muove. Escono due uomini in giacca e cravatta, di un’eleganza smodata, seri e compassati. Scruto, nei loro occhi, una piccola soddisfazione. Appena qualche secondo ed escono altri uomini con la pettorina classica della Polizia ed un uomo che, data l’ora e probabilmente la stanchezza lavorativa, pareva vestito solo in pigiama, con lo sguardo assonnato di chi, forse, si era appisolato guardando la televisione.

Mi colpì molto il suo sguardo. Pareva assonnato, ma ancora di più pareva incredulo e triste. Quasi sembrava in shock per quello che, poi, si capì essere l’arresto.

L’accusa, seppi giorni dopo, fu delle più infamanti: omicidio, come direbbero gli americani, di primo grado. Si tratta della fattispecie più grave, l’assassinio volontario di una persona.

Rimasi stranito alla notizia.

Conoscevo di vista quell’uomo e tutto avrei pensato, meno che fosse un omicida. Ricordo un giorno in cui ci parlai e rimasi colpito dalla sua personalità, gentile e garbata. Era sì un uomo deciso, ma talmente deciso da compiere un omicidio proprio no. Non ci potevo credere.
Fu arrestato sulla base di un testimone che, a suo dire, lo aveva visto mentre spingeva con forza una persona sotto il treno che passava in corsa alla stazione.

Passarono parecchi anni. Sentii che quell’uomo fu condannato in primo grado a 30 anni di carcere per omicidio volontario aggravato dai futili motivi.
Un’accusa a cui non credevo.

Fu per questo che, anche se non avevo rapporti personali con quell’uomo, mi misi ad indagare.

Non sono né un detective né un agente di polizia, ma un semplice ragazzo con sete di giustizia.

Cominciai a carpire quante più informazioni possibili sull’assassino e la sua vittima. Sulle loro famiglie.

Parlai a lungo persino col testimone presunto del fatto.

Ci misi anni ma arrivai alla verità. L’uomo arrestato era stato incastrato.

Come lo scoprii?

Semplice, feci parlare il teste dell’omicidio che, onestamente, non conoscevo.

Ho un animo abbastanza provocatore e fu grazie a questo che riuscii a farlo parlare nel pieno della sincerità e franchezza.

Mi raccontò che colui che aveva indicato come assassino, in realtà, era un suo ex socio d’affari con cui aveva diviso la proprietà di una piccola azienda.
Purtroppo per l’accusato, un bel giorno trovò il caro socio con le “mani nella marmellata”. Stava distraendo dei ricavi della piccola azienda di cui erano proprietari per avere più soldi da giocare.

Era un ludopatico. Giocava più volte al giorno, senza mai smettere per diverse ore.

Il mio dirimpettaio era il socio di maggioranza, colui che deteneva la titolarità delle azioni da intraprendere e colui che assumeva le decisioni fondamentali per la vita economica e gestionale dell’azienda.

Quando trovò il socio con le mani nel sacco si arrabbiò molto, tanto da voler rilevare le sue quote e liquidarlo in malo modo.

Ricordo che il socio fedifrago mi disse: “Non lo sopportavo. Mi disse . Non potevo permettermi una denuncia, così appresi del ritrovamento del cadavere di una giovane qui vicino e mi inventai tutto. Dissi alla polizia che ero testimone di un omicidio, l’omicidio della ragazza, e da qui partì tutto”.

“Mi volevo vendicare per quello che era successo” – continuò – “ed il solo modo era quello di infamarlo.”

“Bello stronzo” dissi io.

“Cosa potevo fare?” mi rispose “Ho moglie e due figli ed una denuncia mi avrebbe tolto dalla loro vita per sempre. Mia moglie è molto rigida ed io non potevo nascondere la mia malattia.”

“Malattia?” chiesi sorpreso.

“Sì, malattia. Gioco e sono consapevole di rovinarmi, ma non so smettere”.

“E così infami un uomo e macchi di un’onta terribile una persona per la tua stupida, ignorante malattia??” dissi seccatissimo.

Non so cosa mi tenne dal rifilargli un pugno in faccia.
Sta di fatto che pochi giorni dopo rividi quel disgraziato e gli dissi “Sai, ho pensato bene alla chiacchierata dell’altro giorno e sono dell’idea che devi andare dagli agenti a dire la verità.”

Lui subito rise, ma poi ci pensò bene e disse “Senti, dammi una mano. Non voglio andare da solo.”

“Ok” gli dissi. E lo accompagnai al Commissariato più vicino.

Qualche settimana dopo la svolta. Vidi nuovamente le pattuglie della prima sera. Questa volta niente urla delle sirene, né bagliori blu. Solo tanta gentilezza ed un uomo sollevato e sorridente. La giustizia era fatta e lui tornò libero. Libero dall’accusa infamante, libero di tornare alla sua famiglia ed al suo unico amore, la sua donna.

Negli stessi minuti, il secondo uomo, quello vendicativo e bastardo, venne prelevato. Questa volta era lui nei guai.

Si scoprì pochi mesi dopo, dalle indagini sull’omicidio, che l’assassino era proprio quel testimone, tanto falso quanto cattivo, che tempo prima aveva accusato un innocente.

Fu condannato all’ergastolo e dovette risarcire il malcapitato di turno che, in modo molto pacato e quasi piangendo, mi ringraziò.

Non rividi più nessuno dei due, né fui contattato dagli agenti, ma una cosa era certa. Avevo aiutato un innocente ad essere un uomo libero e la giustizia ad essere veramente giusta.”

Incontri

“Era una calda sera estiva.
Io ed una mia amica eravamo a passeggiare in un piccolo parco, un luogo a noi caro perché era il luogo dove ci siamo conosciuti. 

La Luna, la magica Luna faceva capolino sopra le nostre teste e, con la sua luce, quasi ci accarezzava. 

Ad un tratto, un bagliore accecante ci sorprese. Fummo quasi scioccati da tanta luminosità e cademmo a terra. Non so se fu il lampo luminoso a farci svenire o solo lo spavento. 

Ricordo solo che, quando ci risvegliammo, eravamo stesi su una specie di letto ipertecnologico, una struttura metallica – per altro molto comoda – con cui ci potevamo muovere liberamente ovunque, pur restando stesi. 

Provammo a capire dove ci trovavamo. Era un posto strano e nuovo per noi e ci guardammo a lungo in faccia per l’incredulità. 

Ad un certo punto, un personaggio dalle sembianze particolari ci apparve davanti, ci scrutò quasi stranito dalla lieve somiglianza con lui e cominciò a parlare. Ci chiese come stavamo e ricordo che ci chiamò per nome. 

Rimanemmo agghiacciati. “Come fai a sapere i nostri nomi?” chiesi io. Lui mi rispose che sapeva molte cose di noi, mi disse che erano anni che ci osservava per capire. 

Poi, devo dire molto gentilmente, si presentò. Disse di chiamarsi Martium e di venire da uno dei Pianeti più remoti dell’universo. 

La mia amica si spaventò molto. Si mise ad urlare di lasciarci andare e che, se fosse stato uno scherzo, sarebbe stato di cattivissimo gusto ma…. Uno scherzo non lo era affatto. 

Ci fece vedere – e qui io sorrisi – un documento, scritto in una lingua strana ma comprensibile, molto simile al latino, e su questo documento c’era scritto “Comandant Martium” ed altre scritte che ora non ricordo. 

Ci spiegò, rassicurando lei, che non aveva alcuna intenzione di farci del male. Anzi! Voleva solamente studiarci un po’ e capire i nostri usi e farci capire – con un non so che di manie di grandezza – come rendere il nostro pianeta più civile e funzionale…. 

Continuammo a non comprendere… 

Ad un tratto ci guarda e dice “Amici, seguitemi. Vi mostro un po’ della nostra gente e delle nostre usanze, vi va?” 

Noi timidamente annuimmo e lui ci portò in una vera e propria suite, con tanto di arredi di pregio. Rimasi colpito da tutto quel lusso in un posto così spartano. Lui ci fece vedere un monitor in cui si vedeva la nostra gente e le scelte che faceva. Si notava, però, sulla destra una specie di schermo a realtà virtuale, in cui veniva ritratta la stessa persona, ma in un altro comportamento, a loro dire più corretto. 

Ad un certo punto il monitor si soffermò su un dettaglio che mi fece gelare il sangue. Ero io che venivo ritratto mentre, in una litigata, diedi una manata ad un amico, facendolo cadere a terra. 

Mi girai a destra, dallo schermo in cui doveva esserci il giusto comportamento, ma notai che era spento. Gli chiesi: “Scusi Comandante, ma perché lo schermo “dei comportamenti giusti” è spento? 

Anche la mia amica, scioccata dalla scena a cui aveva assistito poco prima, chiese il perché. E fu lì la grande sorpresa. Lui, il nostro ormai amico extraterrestre, ci guardò e si mise a ridere. “Vedete” ci disse “noi sul nostro pianeta abbiamo una grande tecnologia, ma essa ci aiuta, ed abbiamo anche sistemi che controllano che ciò che facciamo non sia dannoso per il nostro sistema. Ma….” Si fermò. 

“Ma??” Chiese la mia amica. 

“Ma….Non abbiamo la cosa più importante: l’autodeterminazione. In realtà anche i nostri comportamenti sono controllati dalla tecnologia. Non abbiamo emozioni, non abbiamo sensazioni, noi viviamo in funzione di un computer che ci dice cosa fare.” 

“Ma è sconvolgente” Dissi io. 

“Sì” mi rispose “E’ sconvolgente, ed è quello che sta succedendo a voi. Ormai tutti sui social, su Facebook, Twitter, tutti connessi e tutti con “il pensiero di massa” ma nessuno che ha un’idea sua”. 

La mia amica ed io rimanemmo attoniti. Poi, quasi di scatto, gli dissi “Vedi, hai ragione! Stiamo annullandoci e ci stiamo facendo uccidere la mente dalla tecnologia”. 

Lui rise, ma non di cattiveria, ma quasi ad annuire nei miei confronti. Mi disse “Amico, hai capito ora in che mondo vi state evolvendo? Hai capito cosa sta per succedere? Voi umani state quasi arrivando al nostro sistema. Un mondo apatico, senza emozioni. Un mondo in cui non si ragiona se non “perché l’ha detto la tv”.” 

Stemmo lì a parlare tanto tempo, in una conversazione quasi surreale ma molto costruttiva. Alla fine ci abbraccio e ci disse “Ora che il mio scopo è raggiunto, tornate tra la vostra gente. E’ ora.” 

Quasi ci rimanemmo male, ma da un lato ci sentimmo sollevati ed accettammo la sua offerta di lasciarci andare, con una promessa: insegnare nuovamente al mondo a pensare a suo modo, ognuno con le sue emozioni e le sue usanze. Ognuno in modo differente. 

Ci ritrovammo, di colpo, nello stesso punto in cui eravamo stati inizialmente e tornammo alla vita di sempre, ma più consapevoli di noi stessi e, forse, un po’ più ricchi. 

Un solo fatto avvenne dopo quello strano, stupendo, incontro: io e la mia amica buttammo via i cellulari, tornando alle vecchie maniere e fu grazie a quello che ora, finalmente, posso dire di amare una persona. Alla follia. E posso dire di amarla davvero, senza tecnologia. Solo e unicamente nella realtà.” 

Amore Malato.

“Ciao,
mi chiamo Malia (il nome è di fantasia). Ho 25 anni e da quando ne avevo 16 esco con un ragazzo. Lui è il mio amore, si chiama Robert.

Ci amiamo alla follia e lui mi fa sentire bene, mi adora, mi fa sembrare una Regina.

Sì, una Regina.

Qualche settimana fa, mi son sentita tremendamente in colpa perché ho sbagliato e l’ho fatto arrabbiare tanto. Non è la prima volta che il mio amore si arrabbia con me. Non è la prima volta neanche che commetto un errore.

E lui, anche questa volta, come ogni volta, mi ha punita per lo sbaglio. Me lo sono meritato. Mi ha dato uno schiaffo in pieno volto. Dopo quella sberla il mio viso era rosso fuoco, io piangevo ma non so perché. E’ stata colpa mia se si è arrabbiato e se non sono stata in grado di farmi perdonare. E’ colpa mia se l’ho messo in condizione di darmi quel ceffone.

Io sbaglio molto, lo so bene. E lui, per il mio bene, cerca – come dice lui – di correggermi. Lo fa sempre, perché sbaglio sempre.

Lui lo fa perché mi ama ed il segno del suo amore, a volte, è anche sentir male.
Mi ama talmente tanto che, pensate, non vuole che io neanche vada a farmi un giro con un’amica. Mi protegge in questo modo. Vuole fortemente che io sia tutta per lui e nessun altro. Neanche per un attimo posso essere di qualcun altro.

Ora però non ci sono più. E questa storia ve la sto raccontando dal cielo, da quel posto infinito che lui, nel suo profondo amore, mi voleva far toccare. Ed ora, quel cielo l’ho toccato, lo abbraccio e lo abbraccerò per sempre, perché lui, quel mio grande amore, in un attimo di nervoso mi ha uccisa.

Mi ha colpita forte, per correggermi, ma forse il forte era troppo forte per me. Ho picchiato il capo e sono deceduta.

Ora, amici ed amiche che vedete la mia storia, non ci sono più.
Non sono più di nessuno. E lascio i miei figli, i nostri figli, che non avranno più la loro madre, in segno di un amore che forse amore non era.”

Tennis: Master di Monte-Carlo parla italiano.

Vittoria azzurra nel Master 1000 di Monte-Carlo!

Il nostro Fabio Fognini, al termine di uno splendido torneo in cui ha battuto in sequenza il numero 3 della classifica ATP Zverev ed il numero 2 Rafa Nadal, si aggiudica la finale contro un ottimo Lajovic.

Il tennista italiano, che da lunedì sarà numero 11 al mondo, ha vinto così il suo titolo più importante della carriera, seppur non esprimendosi al meglio.

Il punteggio contro il serbo è stato 6-3 6-4.

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Omicidio nell’Alessandrino.

Un uomo di 68 anni residente a Rivalta Bormida (AL) ha ucciso, al termine di una furibonda lite, il figlio 39enne.

Sembra che la persona deceduta, D.A., abbia chiesto denaro al padre per comprarsi una dose di stupefacenti e, davanti a questa richiesta, il padre abbia estratto una pistola e gli abbia sparato.

Il 39enne ucciso, stando alle prime informazioni, era conosciuto dalle forze dell’ordine sempre per legami con l’ambiente della droga.

Il killer ha poi avvertito una vicina ed atteso senza opporre resistenza i Carabinieri.

L’uomo è stato poi tradotto in carcere dagli uomini dell’Arma.

Parigi: Notre Dame in fiamme.

Un violentissimo incendio si è sviluppato intorno alle 18.50 a Parigi.

Ad andare a fuoco la cattedrale di Notre Dame, simbolo della città e della Francia intera.

Stando alle ultime news il tetto ed una guglia sono crollati sotto la furia di fuoco che si è sprigionata. Nessuna persona coinvolta, ma il mondo intero è sconvolto.

Il Presidente Macron ha definito una catastrofe l’evento ed annullato gli impegni ed il discorso di questa sera.

Donald Trump ha messo a disposizione i suoi vigili del fuoco per eventuale supporto e tutta Europa è pronta per ogni aiuto utile a salvare il simbolo di Parigi.

Calcio: Juve, scudetto rimandato. Chievo in B.

Tutto rimandato per la Juventus.

La squadra allenata da Allegri perde 2-1 nell’anticipo di sabato 13/04 e fallisce il primo match point.

Partita con tante riserve e giovani tra i bianconeri, che passano in vantaggio nel primo tempo con il giovane Kean (classe 2000), ma che, in preda ad un nettissimo blackout, si fanno rimontare nel secondo tempo.

Niente festa scudetto, quindi, con il Napoli che recupera 3 punti battendo 3 a 1 il Chievo (doppietta di Koulibaly). Con questo risultato i clivensi finiscono la loro avventura in serie A.

Continua il momento nero della Fiorentina, che alla prima partita con il Montella-Bis, pareggiano 0-0 con il Bologna.

Derby della Lanterna alla Sampdoria, che batte un brutto Genoa in cui il solo a brillare è Radu.

Spareggio Champions al Milan, che batte 1-0 la Lazio. Rischio prova TV per Kessie e Bakayoko, rei di aver (secondo gli avversari) deriso Acerbi mostrando la sua maglia nella festa per la vittoria.

Foggia: carabiniere ucciso in servizio.

Un maresciallo dell’Arma dei Carabinieri è morto ieri a Cagnano Varano (FG), in seguito all’esplosione di diversi colpi d’arma da fuoco da parte di un pregiudicato 60enne del luogo.

I militari, poco tempo fa, lo avevano perquisito nella sua abitazione in seguito al ritrovamento di alcuni grammi di droga durante un controllo e lui aveva minacciato gli agenti urlando: “Ve la farò pagare”.

Al momento della perquisizione non era presente il maresciallo ucciso ieri, né il suo collega rimasto ferito, ma il gesto è da intendersi legato alla vicenda, come vendetta proprio contro l’istituzione rappresentata dai carabinieri di pattuglia in zona.

Sembra, secondo una prima ricostruzione, che l’uomo abbia scaricato un intero caricatore di pistola contro i due agenti, sotto la spinta della sola vendetta per la perquisizione precedente.

Il PM di turno che guida le indagini non ha contestato la premeditazione, tanto da chiarire che al momento “parlare di movente è fin troppo. Si è trattato di un gesto immotivato, per cui è impossibile capire un movente, se c’è.”. L’omicida si trova ora in carcere, con l’accusa di omicidio aggravato, tentato omicidio e porto abusivo d’arma da fuoco.

Durissimo il commento del vicepremier Salvini: “Spero che quello che ha ucciso il carabiniere passi il resto dei suoi giorni in carcere, lavorando mattina e sera. Troppo comodo stare in carcere a guardare la tv.”

Gli fa eco il Presidente Mattarella, che parla di un attacco allo Stato ed alle istituzioni che l’Arma rappresenta. Cordoglio da tutto il mondo politico e dal mondo dei social, che auspica una pena severissima per il killer.

Blackout Challenge. Vecchio “game”, nuove vittime.

Una vecchia “moda” si sta riaffacciando nel mondo negli ultimi mesi. Si chiama BlackOut Challenge.

Il “gioco”, paragonato come effetti ai tragici Blue Whale e Momo Game, consiste nel provocarsi, da soli o con l’aiuto di una persona compiacente, una sensazione di soffocamento fino a svenire utilizzando un cappio di corda, come quelli tristemente usati per compiere gesti estremi.

Questo gioco, però, ha già mietuto molte vittime, anche in Italia. Uno tra tutti Igor Maj, ragazzo di 17 anni, di buona famiglia, che viveva coi suoi genitori una vita felice. Arrampicatore esperto fin dall’età di 6 anni, Igor ha voluto provare in solitaria questo tragico gioco. Purtroppo, però, esso è finito in tragedia.

Questo fatto ha riportato alla mente i “giochi” tragici che negli anni scorsi hanno scioccato il mondo intero, primo fra tutti il Blue Whale.

Qui, a differenza di quest’ultimo, non c’è alcun “tutor” che spinge a fare atti di autolesionismo, ma gli effetti possono essere devastanti.
Il laccio, infatti, se posizionato in modo particolare, può ostruire immediatamente le vie aeree, comprimendo le carotidi e, di fatto, provocando lo svenimento immediato della persona che, nel caso di solitudine, ha la certezza di non salvarsi, come nel caso di Igor.

Il Blackout Challenge, purtroppo, è solo l’ultimo di questi scellerati giochi e, purtroppo, non è meno tragico degli altri.

Il consiglio, come sempre avviene in questi casi, è di non lasciare mai completamente da soli a lungo i giovani e di tenerli impegnati tra mille interessi e seguirli in essi. Solo così tragedie come quella di Igor potranno essere evitate.

Genova: primo autotrapianto polmonare su bimba.

Intervento sensazionale quello effettuato al Gaslini di Genova.

Una bambina di 10 anni, affetta da una grave cardiopatia e da una malformazione polmonare congenita, è stata operata con la tecnica dell’autotrapianto polmonare, per la prima volta al mondo.

La piccola, in lista per trapianto di cuore e di polmoni, era stata precedentemente rifiutata da 6 centri specializzati, poiché le sue condizioni erano considerate troppo serie e, sempre secondo i centri, non era pensabile un doppio intervento in quelle condizioni.

I medici dell’ospedale infantile di Genova, già conosciuto nel mondo per la sua innovazione chirurgica, hanno così stabilizzato prima la situazione cardiaca, permettendo così alla piccola di essere operata anche per la malformazione polmonare, con l’aiuto dell’assistenza in ECMO, un dispositivo salvavita.

Si tratta della prima volta che un’operazione del genere viene attuata su una paziente pediatrica e, si può dire, i medici del Gaslini non smettono di stupire.

Alice ed il sogno che si avvera.

Alice è una ragazza di 16 che, purtroppo, è nata con una grave forma di disabilità che, oltre una spasticità alle mani, non le permette di camminare.

Quindi la ragazza è costretta da sempre su una sedia a rotelle, a cui non ha mai dato un nome, per non affezionarsi. La motivazione è particolare: Alice dice che non si può, ovviamente, avere la stessa sedia a rotelle per tutta la vita e, di conseguenza, non le ha mai dato un nome per non affezionarsi.

Negli ultimi mesi, il programma di Italia Uno Le Iene ha seguito la sua vicenda, si è affezionata alla ragazza, tanto che Matteo Viviani, grande giornalista oltre che persona di un’umanità impressionante, ha deciso di farle provare un esoscheletro che le permette di alzarsi dalla sedia a rotelle e camminare.

La vicenda, vista anche la commozione della giovane, ha colpito tutti. Sui social ed in televisione tutti hanno cominciato ad amare Alice.

Ieri sera, durante la puntata del martedì, il programma ha riparlato di Alice. Ne ha parlato nuovamente perché, per sua fortuna, ci sono stati degli sviluppi.

L’antefatto

Alice, nei mesi scorsi, ha provato gratuitamente un esoscheletro dal costo di circa 200.000 euro, destinato in futuro solo a centri specialistici di riabilitazione ed inerenti la disabilità.

Alice, che già alla prima prova ha dato un nome all’esoscheletro chiamandolo Felicità, sperava un giorno di camminare, anche se solo grazie a quello ma il costo è troppo elevato. In una famiglia come la sua, umile e non certamente ricca, la possibilità di spendere una cifra tale è un fatto impossibile.

Ed allora come fare per donare questo esoscheletro alla piccola grande Alice?

Ieri, ad un tratto, il Viviani è ritratto a parlare al telefono con una persona ignota. Lui persino non sa chi sia questa donna. Improvvisamente questa misteriosa persona dice: “Matteo, voglio acquistare io l’esoscheletro da donare ad Alice.”

Viviani risponde che 200.000 euro non sono uno scherzo. E’ un costo decisamente elevato per chiunque. E lei, con la normalità di chi sta acquistando un caffè, risponde: “Matteo, il denaro non è un problema”.

Subito si pensava ad uno scherzo, ma non è così. La misteriosa benefattrice contatta l’azienda produttrice di questo esoscheletro e paga il costo completo dell’apparecchio. Un fatto incredibile, di grande umanità ed altruismo.

A questo punto la “iena” Viviani si mette in contatto col padre di Alice, in modo da trovare sia lui che la giovane in casa. Ma neanche lui sa la sorpresa. Matteo Viviani e la troupe della trasmissione si presentano a casa loro con un enorme pacco in cui, dicono, i due troveranno un albero creato con i tanti messaggi ricevuti dalla redazione del programma.

Alice ci crede e, dall’alto della sua carrozzina, apre il pacco. Inenarrabile la sua sorpresa quando lo scatolone viene aperto. Alice ed il padre, infatti, erano convinti di trovarsi un albero di carta. Invece è l’esoscheletro chiamato Felicità, nel modello esatto che Alice ha provato qualche settimana prima. Alice è la maschera della felicità. Piange, ride, urla, non sa neanche lei come il suo corpo reagisce. Il suo papà scoppia in lacrime. Lacrime di gioia che accompagnano la commozione della figlia e, molto marcata, di Matteo Viviani.

Il servizio si conclude con un bel messaggio: non tutti al mondo sono cattivi. Esiste ancora qualcuno che sa far del bene e sa, soprattutto, il valore della felicità altrui.

A nome di tutti, compresi i lettori e follower di 50 Shades of Chronicles, un GRAZIE di cuore ad Alice per le emozioni che ci ha fatto provare, a Matteo Viviani ed alla misteriosa benefattrice che ha dimostrato che il mondo sa ancora stupire e far del bene.

Genova: bruciano le alture di Cogoleto.

Un violento incendio è divampato nella notte a Cogoleto, sulle alture genovesi.

Difficili le operazioni per circoscrivere le fiamme, per via delle raffiche di vento che, in queste ore, stanno raggiungendo i 100 km/h e di conseguenza non permettono l’utilizzo di elicotteri ed aerei antincendio.

Si apprende in queste ore che il rogo, partito in una zona boschiva di località Capieso, si sta propagando verso l’abitato, minacciando le abitazioni. Evacuazioni in corso in tutta la zona.

Chiusa l’autostrada A10 in entrambe le direzioni, nel tratto tra Arenzano e la complanare di Savona, con le fiamme che lambiscono la sede autostradale.

La protezione civile ligure raccomanda, anche in virtù delle forti raffiche di vento, di mettersi in viaggio solo se strettamente necessario e di evitare, se possibile, le zone limitrofe al vasto incendio.

Copyright, oscurato Wikipedia.

Il sito Wikipedia, famoso per essere il pozzo di San Patrizio delle ricerche online, è oscurato da questa mattina alle ore 8 e lo sarà per le prossime 24 ore.

Infatti, interrogando qualsiasi pagina del sito, si viene rimandati ad un banner che illustra gli effetti potenzialmente negativi della riforma sul diritto d’autore, la cui votazione è in programma in questi giorni alla plenaria del Parlamento UE.

Si tratta, come spiega Wikimedia, di una forma di protesta forte, atta a far capire alle migliaia di utenti del sito le limitazioni al diritto di inventiva, di creatività e di libertà d’espressione dettati dal nuovo regolamento in approvazione.