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La strana serata.

“Una sera mi trovavo per le vie della mia città.

Un centro tranquillo, di 15.000 anime dove ben poco succedeva per arrivare agli onori della cronaca.

Ricordo che, con degli amici, giravo per la zona pedonale.

Ad un tratto vidi, poco distante da me, una ragazza seduta su un marciapiede con le mani in volto.

Subito non capii il suo comportamento. Gli occhi bassi e lucidi e lo sguardo perso nel vuoto. E quelle mani, mani piccole, minute, delicate. Ricordo che mi avvicinai a lei e che mi guardò terrorizzata. Mi urlò “NON TI AVVICINARE!!!” con un tono quasi sconvolto dalla paura che le facessi del male.

Feci un passo indietro, non volevo spaventarla, ma solo aiutarla e capire come mai tenesse quel comportamento.

Pochi secondi dopo vidi il suo viso distrutto dalle lacrime. Stava piangendo a dirotto, col volto di chi ha passato una guerra e non un sabato sera in una cittadina tranquilla come la mia. Il trucco ormai era completamente colato, gli occhi gonfi di pianto, tanto da non riuscire neanche a stare aperti. E quella voce, la voce rotta di chi non sa più che dire, né che fare.

Notai in lei un terrore folle e cominciai a parlarle. Lei, diffidente e spaventata, non conoscendomi si terrorizzò e si chiuse per un po’ a riccio. I miei amici non si accorsero di nulla, andarono avanti per i fatti loro senza notare neanche che mi ero fermato.

Non mi importò molto di loro, in quell’occasione.

Mi importava maggiormente l’aiuto che avrei voluto e potuto dare ad una ragazza distrutta dal dolore e dalla tensione.

In pochi minuti, dopo lo shock iniziale, lei iniziò ad aprirsi. Non le chiesi subito il perché si tenesse il volto o per quale motivo stesse piangendo. Le chiesi il nome e le dissi il mio. Fu lei poi a dirmi di scusarla se mi stava facendo stare lì a pensare a lei invece che stare con gli amici in un bel sabato sera estivo.

Le dissi chiaramente una frase: “Ragazza cara. Non mi frega nulla, l’importante è che tu possa star meglio.”

Non so perché mi prese tanto la situazione.

Lei dopo un po’ di parole capì di potersi fidare di me. Parliamoci chiaro, se avessi voluto farle del male, avrei avuto già l’occasione all’inizio, quando si disperava.

Fu così che lei, in un momento di sfogo, mi disse che il suo “ragazzo” l’aveva mollata, non prima di averla picchiata e derisa davanti ai suoi amici.

“Begli amici!!!!” dissi io arrabbiatissimo. Come si può definire amico chi non ferma un atto schifoso come la violenza????

La feci parlare, lei pianse, si appoggiò a me, che intanto mi ero seduto accanto a lei. E parlò. Parlò per più di due ore delle continue angherie e violenze che quell’uomo, se così si può chiamare, le perpetrava ormai da più di 5 anni.

Alla fine la convinsi a fare l’azione più dura della sua vita. Rivolgersi alle forze dell’ordine e denunciare il suo aguzzino. Non potevo sopportare che un essere spregevole come quello potesse ridurre in lacrime e distruggere moralmente una persona rimanendo impunito. L’accompagnai io alla Stazione dei Carabinieri.

Lei raccontò tutto all’agente di turno che la convinse. La convinse a mettere tutto nero su bianco e firmare la denuncia.

Capite? Avevo appena aiutato una donna a denunciare il suo aguzzino, il violento di turno che non ha specie e non ha cuore.

Pochi giorni dopo seppi che il violento in questione fu arrestato dai militari e rinchiuso in cella, in attesa di sentenza.

Fu lei a dirmelo, con gli occhi questa volta piena di gioia e di felicità per essersi, finalmente, liberata di quel balordo.

Ed è questo che spero facciano tutti. Spero un giorno di poter dire “Finalmente le donne stanno denunciando le violenze!”

Non dimenticherò mai i suoi occhi, anche se….. spero di non vedere mai più occhi così feriti e tristi come i suoi.”

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L’infame.

“28 agosto 1999.

I grilli cantavano festanti ed il vociare dei bambini che giocavano in piazza allietava la calda sera di fine estate.

Una bellissima serata, ma ad un tratto l’urlo assordante delle sirene, accompagnato dal bagliore delle luci stroboscopiche blu, squarcia la tranquillità dell’intero paese.

Gli agenti, intervenuti a sirene spiegate, circondano la palazzina proprio di fronte a me. Dopo pochi minuti, il silenzio. Le sirene si spengono così come le luci lampeggianti. Non è dato sapere cosa stia succedendo nel palazzo di fronte.

Ad un tratto qualcosa si muove. Escono due uomini in giacca e cravatta, di un’eleganza smodata, seri e compassati. Scruto, nei loro occhi, una piccola soddisfazione. Appena qualche secondo ed escono altri uomini con la pettorina classica della Polizia ed un uomo che, data l’ora e probabilmente la stanchezza lavorativa, pareva vestito solo in pigiama, con lo sguardo assonnato di chi, forse, si era appisolato guardando la televisione.

Mi colpì molto il suo sguardo. Pareva assonnato, ma ancora di più pareva incredulo e triste. Quasi sembrava in shock per quello che, poi, si capì essere l’arresto.

L’accusa, seppi giorni dopo, fu delle più infamanti: omicidio, come direbbero gli americani, di primo grado. Si tratta della fattispecie più grave, l’assassinio volontario di una persona.

Rimasi stranito alla notizia.

Conoscevo di vista quell’uomo e tutto avrei pensato, meno che fosse un omicida. Ricordo un giorno in cui ci parlai e rimasi colpito dalla sua personalità, gentile e garbata. Era sì un uomo deciso, ma talmente deciso da compiere un omicidio proprio no. Non ci potevo credere.
Fu arrestato sulla base di un testimone che, a suo dire, lo aveva visto mentre spingeva con forza una persona sotto il treno che passava in corsa alla stazione.

Passarono parecchi anni. Sentii che quell’uomo fu condannato in primo grado a 30 anni di carcere per omicidio volontario aggravato dai futili motivi.
Un’accusa a cui non credevo.

Fu per questo che, anche se non avevo rapporti personali con quell’uomo, mi misi ad indagare.

Non sono né un detective né un agente di polizia, ma un semplice ragazzo con sete di giustizia.

Cominciai a carpire quante più informazioni possibili sull’assassino e la sua vittima. Sulle loro famiglie.

Parlai a lungo persino col testimone presunto del fatto.

Ci misi anni ma arrivai alla verità. L’uomo arrestato era stato incastrato.

Come lo scoprii?

Semplice, feci parlare il teste dell’omicidio che, onestamente, non conoscevo.

Ho un animo abbastanza provocatore e fu grazie a questo che riuscii a farlo parlare nel pieno della sincerità e franchezza.

Mi raccontò che colui che aveva indicato come assassino, in realtà, era un suo ex socio d’affari con cui aveva diviso la proprietà di una piccola azienda.
Purtroppo per l’accusato, un bel giorno trovò il caro socio con le “mani nella marmellata”. Stava distraendo dei ricavi della piccola azienda di cui erano proprietari per avere più soldi da giocare.

Era un ludopatico. Giocava più volte al giorno, senza mai smettere per diverse ore.

Il mio dirimpettaio era il socio di maggioranza, colui che deteneva la titolarità delle azioni da intraprendere e colui che assumeva le decisioni fondamentali per la vita economica e gestionale dell’azienda.

Quando trovò il socio con le mani nel sacco si arrabbiò molto, tanto da voler rilevare le sue quote e liquidarlo in malo modo.

Ricordo che il socio fedifrago mi disse: “Non lo sopportavo. Mi disse . Non potevo permettermi una denuncia, così appresi del ritrovamento del cadavere di una giovane qui vicino e mi inventai tutto. Dissi alla polizia che ero testimone di un omicidio, l’omicidio della ragazza, e da qui partì tutto”.

“Mi volevo vendicare per quello che era successo” – continuò – “ed il solo modo era quello di infamarlo.”

“Bello stronzo” dissi io.

“Cosa potevo fare?” mi rispose “Ho moglie e due figli ed una denuncia mi avrebbe tolto dalla loro vita per sempre. Mia moglie è molto rigida ed io non potevo nascondere la mia malattia.”

“Malattia?” chiesi sorpreso.

“Sì, malattia. Gioco e sono consapevole di rovinarmi, ma non so smettere”.

“E così infami un uomo e macchi di un’onta terribile una persona per la tua stupida, ignorante malattia??” dissi seccatissimo.

Non so cosa mi tenne dal rifilargli un pugno in faccia.
Sta di fatto che pochi giorni dopo rividi quel disgraziato e gli dissi “Sai, ho pensato bene alla chiacchierata dell’altro giorno e sono dell’idea che devi andare dagli agenti a dire la verità.”

Lui subito rise, ma poi ci pensò bene e disse “Senti, dammi una mano. Non voglio andare da solo.”

“Ok” gli dissi. E lo accompagnai al Commissariato più vicino.

Qualche settimana dopo la svolta. Vidi nuovamente le pattuglie della prima sera. Questa volta niente urla delle sirene, né bagliori blu. Solo tanta gentilezza ed un uomo sollevato e sorridente. La giustizia era fatta e lui tornò libero. Libero dall’accusa infamante, libero di tornare alla sua famiglia ed al suo unico amore, la sua donna.

Negli stessi minuti, il secondo uomo, quello vendicativo e bastardo, venne prelevato. Questa volta era lui nei guai.

Si scoprì pochi mesi dopo, dalle indagini sull’omicidio, che l’assassino era proprio quel testimone, tanto falso quanto cattivo, che tempo prima aveva accusato un innocente.

Fu condannato all’ergastolo e dovette risarcire il malcapitato di turno che, in modo molto pacato e quasi piangendo, mi ringraziò.

Non rividi più nessuno dei due, né fui contattato dagli agenti, ma una cosa era certa. Avevo aiutato un innocente ad essere un uomo libero e la giustizia ad essere veramente giusta.”

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Incontri

“Era una calda sera estiva.
Io ed una mia amica eravamo a passeggiare in un piccolo parco, un luogo a noi caro perché era il luogo dove ci siamo conosciuti. 

La Luna, la magica Luna faceva capolino sopra le nostre teste e, con la sua luce, quasi ci accarezzava. 

Ad un tratto, un bagliore accecante ci sorprese. Fummo quasi scioccati da tanta luminosità e cademmo a terra. Non so se fu il lampo luminoso a farci svenire o solo lo spavento. 

Ricordo solo che, quando ci risvegliammo, eravamo stesi su una specie di letto ipertecnologico, una struttura metallica – per altro molto comoda – con cui ci potevamo muovere liberamente ovunque, pur restando stesi. 

Provammo a capire dove ci trovavamo. Era un posto strano e nuovo per noi e ci guardammo a lungo in faccia per l’incredulità. 

Ad un certo punto, un personaggio dalle sembianze particolari ci apparve davanti, ci scrutò quasi stranito dalla lieve somiglianza con lui e cominciò a parlare. Ci chiese come stavamo e ricordo che ci chiamò per nome. 

Rimanemmo agghiacciati. “Come fai a sapere i nostri nomi?” chiesi io. Lui mi rispose che sapeva molte cose di noi, mi disse che erano anni che ci osservava per capire. 

Poi, devo dire molto gentilmente, si presentò. Disse di chiamarsi Martium e di venire da uno dei Pianeti più remoti dell’universo. 

La mia amica si spaventò molto. Si mise ad urlare di lasciarci andare e che, se fosse stato uno scherzo, sarebbe stato di cattivissimo gusto ma…. Uno scherzo non lo era affatto. 

Ci fece vedere – e qui io sorrisi – un documento, scritto in una lingua strana ma comprensibile, molto simile al latino, e su questo documento c’era scritto “Comandant Martium” ed altre scritte che ora non ricordo. 

Ci spiegò, rassicurando lei, che non aveva alcuna intenzione di farci del male. Anzi! Voleva solamente studiarci un po’ e capire i nostri usi e farci capire – con un non so che di manie di grandezza – come rendere il nostro pianeta più civile e funzionale…. 

Continuammo a non comprendere… 

Ad un tratto ci guarda e dice “Amici, seguitemi. Vi mostro un po’ della nostra gente e delle nostre usanze, vi va?” 

Noi timidamente annuimmo e lui ci portò in una vera e propria suite, con tanto di arredi di pregio. Rimasi colpito da tutto quel lusso in un posto così spartano. Lui ci fece vedere un monitor in cui si vedeva la nostra gente e le scelte che faceva. Si notava, però, sulla destra una specie di schermo a realtà virtuale, in cui veniva ritratta la stessa persona, ma in un altro comportamento, a loro dire più corretto. 

Ad un certo punto il monitor si soffermò su un dettaglio che mi fece gelare il sangue. Ero io che venivo ritratto mentre, in una litigata, diedi una manata ad un amico, facendolo cadere a terra. 

Mi girai a destra, dallo schermo in cui doveva esserci il giusto comportamento, ma notai che era spento. Gli chiesi: “Scusi Comandante, ma perché lo schermo “dei comportamenti giusti” è spento? 

Anche la mia amica, scioccata dalla scena a cui aveva assistito poco prima, chiese il perché. E fu lì la grande sorpresa. Lui, il nostro ormai amico extraterrestre, ci guardò e si mise a ridere. “Vedete” ci disse “noi sul nostro pianeta abbiamo una grande tecnologia, ma essa ci aiuta, ed abbiamo anche sistemi che controllano che ciò che facciamo non sia dannoso per il nostro sistema. Ma….” Si fermò. 

“Ma??” Chiese la mia amica. 

“Ma….Non abbiamo la cosa più importante: l’autodeterminazione. In realtà anche i nostri comportamenti sono controllati dalla tecnologia. Non abbiamo emozioni, non abbiamo sensazioni, noi viviamo in funzione di un computer che ci dice cosa fare.” 

“Ma è sconvolgente” Dissi io. 

“Sì” mi rispose “E’ sconvolgente, ed è quello che sta succedendo a voi. Ormai tutti sui social, su Facebook, Twitter, tutti connessi e tutti con “il pensiero di massa” ma nessuno che ha un’idea sua”. 

La mia amica ed io rimanemmo attoniti. Poi, quasi di scatto, gli dissi “Vedi, hai ragione! Stiamo annullandoci e ci stiamo facendo uccidere la mente dalla tecnologia”. 

Lui rise, ma non di cattiveria, ma quasi ad annuire nei miei confronti. Mi disse “Amico, hai capito ora in che mondo vi state evolvendo? Hai capito cosa sta per succedere? Voi umani state quasi arrivando al nostro sistema. Un mondo apatico, senza emozioni. Un mondo in cui non si ragiona se non “perché l’ha detto la tv”.” 

Stemmo lì a parlare tanto tempo, in una conversazione quasi surreale ma molto costruttiva. Alla fine ci abbraccio e ci disse “Ora che il mio scopo è raggiunto, tornate tra la vostra gente. E’ ora.” 

Quasi ci rimanemmo male, ma da un lato ci sentimmo sollevati ed accettammo la sua offerta di lasciarci andare, con una promessa: insegnare nuovamente al mondo a pensare a suo modo, ognuno con le sue emozioni e le sue usanze. Ognuno in modo differente. 

Ci ritrovammo, di colpo, nello stesso punto in cui eravamo stati inizialmente e tornammo alla vita di sempre, ma più consapevoli di noi stessi e, forse, un po’ più ricchi. 

Un solo fatto avvenne dopo quello strano, stupendo, incontro: io e la mia amica buttammo via i cellulari, tornando alle vecchie maniere e fu grazie a quello che ora, finalmente, posso dire di amare una persona. Alla follia. E posso dire di amarla davvero, senza tecnologia. Solo e unicamente nella realtà.” 

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Amore Malato.

“Ciao,
mi chiamo Malia (il nome è di fantasia). Ho 25 anni e da quando ne avevo 16 esco con un ragazzo. Lui è il mio amore, si chiama Robert.

Ci amiamo alla follia e lui mi fa sentire bene, mi adora, mi fa sembrare una Regina.

Sì, una Regina.

Qualche settimana fa, mi son sentita tremendamente in colpa perché ho sbagliato e l’ho fatto arrabbiare tanto. Non è la prima volta che il mio amore si arrabbia con me. Non è la prima volta neanche che commetto un errore.

E lui, anche questa volta, come ogni volta, mi ha punita per lo sbaglio. Me lo sono meritato. Mi ha dato uno schiaffo in pieno volto. Dopo quella sberla il mio viso era rosso fuoco, io piangevo ma non so perché. E’ stata colpa mia se si è arrabbiato e se non sono stata in grado di farmi perdonare. E’ colpa mia se l’ho messo in condizione di darmi quel ceffone.

Io sbaglio molto, lo so bene. E lui, per il mio bene, cerca – come dice lui – di correggermi. Lo fa sempre, perché sbaglio sempre.

Lui lo fa perché mi ama ed il segno del suo amore, a volte, è anche sentir male.
Mi ama talmente tanto che, pensate, non vuole che io neanche vada a farmi un giro con un’amica. Mi protegge in questo modo. Vuole fortemente che io sia tutta per lui e nessun altro. Neanche per un attimo posso essere di qualcun altro.

Ora però non ci sono più. E questa storia ve la sto raccontando dal cielo, da quel posto infinito che lui, nel suo profondo amore, mi voleva far toccare. Ed ora, quel cielo l’ho toccato, lo abbraccio e lo abbraccerò per sempre, perché lui, quel mio grande amore, in un attimo di nervoso mi ha uccisa.

Mi ha colpita forte, per correggermi, ma forse il forte era troppo forte per me. Ho picchiato il capo e sono deceduta.

Ora, amici ed amiche che vedete la mia storia, non ci sono più.
Non sono più di nessuno. E lascio i miei figli, i nostri figli, che non avranno più la loro madre, in segno di un amore che forse amore non era.”

Libano: esplosione causa 78 morti ed oltre 4mila feriti.

Una forte esplosione, al momento dall’origine sconosciuta, si è verificata nella giornata di ieri a Beirut, Libano.

Da una prima ricostruzione, sembra che ad esplodere sia stato un magazzino contenente oltre 2mila tonnellate di nitrato d’ammonio (sostanza altamente infiammabile).

La deflagrazione ha causato, finora, la morte di 78 persone ed il ferimento di altre 4000, tra cui un nostro connazionale del contingente Unifil. Le sue condizioni, fortunatamente, non sarebbero gravi.

Shock in tutto il mondo per quella che, ad oggi, è la più grande tragedia in Libano dai tempi dell’intervento internazionale per garantire la pace.

E’ stata avviata un’indagine internazionale per capire cosa ci sia alla base della tragedia.

Genova ha di nuovo il suo ponte. Aperto il viadotto San Giorgio.

E’ stato aperto al traffico, pochi minuti fa, il nuovo viadotto che collega la A10.

Il nuovo ponte, denominato “Viadotto San Giorgio” è stato inaugurato ieri sera dalle autorità dello Stato, alla presenza dell’ideatore Renzo Piano che, con le sue parole, ha commosso tutti i presenti.

Questa sera i primi veicoli, principalmente motociclisti, hanno potuto emozionarsi attraversando il nuovo ponte che non rappresenta solo una rivincita per la città di Genova, ma soprattutto il ritorno alla normalità per una città che, a causa del crollo del Ponte Morandi il 14 agosto 2018, ha perso anche buona parte della sua economia.

La gioia per i primi viaggiatori è stata molta, tanto che si sono uditi suoni di clacson impazziti, accompagnati dai gesti di vittoria dei motociclisti.

Il ponte San Giorgio, che sostituisce il “Morandi”, dona nuovamente alla “Superba” il suo collegamento principale, anche se lo sconvolgimento e la tristezza per un dramma senza precedenti rimarranno per sempre.

(foto di proprietà del sito ufficiale del Genoa C.F.C.)

Italiana la prima protesi liquida della retina.

Ha dell’incredibile l’invenzione portata a termine in Italia e pubblicata sulla rivista scientifica Nature Nanotechnology.

Gli scienziati tricolori hanno portato a termine la creazione di una protesi della retina allo stato liquido che, secondo quanto pubblicato sulla rivista, è formata da nanoparticelle sospese in una sostanza liquida che riescono a sopperire al deficit visivo dato da invecchiamento o malattie degenerative.

Si tratta della prima volta al mondo che si utilizza questa tecnica che, a breve, sarà sperimentata sull’essere umano, come spiega l’Istituto Italiano di Tecnologia che ha coordinato gli studi.

Questa nuova protesi potrebbe, in futuro, essere utile per curare malattie oculari come la retinite pigmentosa e la degenerazione maculare.

23 Maggio 1992: la strage di Capaci.

“La nota personalità è deceduta”. Con queste parole finì la vita di uno dei giudici più grandi della storia italiana.

Era il 23 maggio 1992 e Giovanni Falcone stava viaggiando, con la moglie e la sua scorta, sull’autostrada siciliana che porta a Palermo.

All’altezza di Capaci, una mano assassina fece esplodere l’intera sede stradale, con un carico di 500 kg di tritolo.

Fu una carneficina: il giudice, la moglie e 3 agenti della scorta rimasero uccisi nel tremendo scoppio.

Subito si attivarono i soccorsi, con Falcone che fu portato immediatamente all’ospedale di Palermo.

Si disse che era illeso in un primo momento, ma non fu così.

Morì dopo poco in ospedale. Troppo gravi le ferite riportate.

La frase detta via radio da uno degli agenti fu come una lancia che trafisse il cuore di chi amava quell’uomo semplice ma determinato.

L’ex ministro Caselli, suo amico, a distanza di 28 anni lo ricorda ancora con le lacrime agli occhi. Erano amici e lo stesso ex ministro lo volle come suo scudiero agli Affari Penali che negli anni ’90 era considerato, dopo il ministro della giustizia, come il ruolo più importante.

Oggi, a 28 anni da quella tragedia, il ricordo di quell’uomo è ancora vivo e la lotta alla mafia continua in suo nome.

Onore a lui ed ai caduti di quel tragico 23 maggio 1992.

Anna. Storia di un’infermiera di Daniel Incandela

“Ciao,
vi voglio raccontare una storia.

Il mio nome è Anna e sono una donna di 28 anni. Non ho figli né marito, ma una sola grande passione: il mio lavoro.

Già. Sono un’infermiera. Una di quelle donne che ha sposato il camice anziché un uomo.

Qualche mese fa, come ogni giorno, mi stavo alzando dal letto, consapevole di andare a fare ciò che amo e che mai cambierei nella vita: aiutare gli altri.

Ma quello non è un giorno come gli altri, proprio no. Mi chiamano dall’ospedale: “Anna, puoi venire prima oggi? Siamo nella merda!”

La voce allarmata è della caposala del pronto soccorso, una di quelle persone di una calma indescrivibile. “Per essere spaventata lei dev’essere successo un casino!” penso io.

Mi vesto in fretta e furia ed esco senza neanche truccarmi. Un paio di minuti e vedrò qual è il motivo di tanta fretta.

Arrivata all’ospedale mi trovo davanti una scena apocalittica: pronto soccorso pieno, gente sulle barelle, sulle sedie delle ambulanze, il cosiddetto “acquario” stracolmo di persone.

Ad un tratto sento la parola tanto temuta: Covid-19.

Penso: “Cazzo, è arrivato anche qui. Non è possibile!!”. Di lì a poco è il dramma, arriva un paziente in ambulanza “Presto, presto, è instabile! Subito in rianimazione!!!!” e poi un altro, ed un altro ancora.

Cercando di mantenere la calma mi metto a valutare il da farsi. Le persone in “pronto” hanno tutti lo stesso problema: insufficienza respiratoria.

Non mi perdo d’animo e comincio a seguire le istruzioni datemi dai medici e dalle colleghe più esperte. Incredibilmente non mi perdo neanche un minuto d’animo fino a che…

“Anna, Anna. Chiedono di te in acquario. Vai!!” mi urla la caposala.

Corro in acquario, pensando ad un’ulteriore emergenza. Continuo a dirmi “Cazzo, non ce la faccio, mi sento svenire…” e mi spunta lei: una vecchina che ho seguito fin dal primo giorno del suo precedente ricovero.

Mi fa: “Anna, amore bello – lei mi chiamava così – ho chiesto di te per salutarti. Sai, ho un problema pesante per la mia età e ho tanta paura di non farcela”

“Signora” le dico con le lacrime agli occhi “Non dica cavolate. Lei è una donna di una forza pazzesca. Ce la farà e, vedrà, festeggeremo insieme!”

Lei, in barba ad ogni disposizione e prima che io potessi dirle di no (ma poi, no cosa?) mi prende la mano e mi accarezza col suo viso. E’ un attimo e scoppio a piangere.

Dopo qualche minuto mi riprendo e, seppur a malincuore, saluto la signora, promettendole però che le sarei stata sempre accanto e che l’avrei aiutata, in qualsiasi modo.

Pur nell’emergenza, trovo il coraggio di chiamare uno dei nostri migliori pneumologi, un luminare che però sa essere sempre umano in ogni situazione. Tra un paziente e l’altro lo accompagno dall’anziana signora e glielo presento. L’arzilla vecchietta esclama in milanese: “E questo bel giovinotto chi sarebbe??” Lui sorride e si presenta. E’ colui che le salverà la vita, la salverà da quel brutto mostro chiamato Coronavirus che, ormai, ha infettato ogni angolo di quel pronto soccorso.

Il dottore visita immediatamente la signora e nell’orecchio mi fa: “Anna, tu vai tranquilla. La signora se la caverà. Ci sono io con lei.”

Mi sento meglio e corro nuovamente dagli altri pazienti, alcuni dei quali erano peggiorati. “Presto Anna!! Serve una mano qui!” Intuba uno, casco di ventilazione all’altro…non si capisce più niente!!

Ho un vuoto totale. Troppa tensione, paura, scoramento. Non so che pensare e, dopo 9 ore di battaglia – di cui non mi ero nemmeno accorta – mi dicono di andare a casa. D’altronde era dura, soprattutto psicologicamente.

Torno nello spogliatoio adibito alla rimozione degli indumenti infetti. Dopo aver completato la procedura mi trovo fuori da quel pandemonio, ma la testa è ancora lì.

I giorni passano, l’ansia cresce e l’angoscia è sempre più forte, ma non si molla. Siamo sanitari, abbiamo giurato di prenderci cura del prossimo e noi lo facciamo fino all’ultimo!

Dopo qualche tempo, quando ormai l’emergenza, almeno da noi, si era tramutata in calma mi reco al lavoro e, finita l’era del distanziamento sociale – una delle misure più dure per una persona affettuosa come me – chiedo al pneumologo che ha seguito la signora com’era poi andata con lei.

Lui mi guarda abbozzando un sorriso e mi fa: “Tieni” porgendomi il telefono.

“Pronto?”

La voce è inconfondibile e sentirla mi fa piangere subito. Era lei.

“Signora!!!! Sono Anna, l’infermiera!! Come sta??”

“Annaaaaaaaa!!!! Che piacere!! Pensa, volevo chiamarti ma non sapevo il tuo numero e chiamare in ospedale, in quel luogo dove ti fai il mazzo per tutti noi, mi dispiaceva!”

Dopo una lunga chiacchierata mi invita a casa sua ed accetto volentieri. Mi chiede, però, di estendere l’invito anche al Dottor Grossi, colui che l’ha salvata.

Quando ci presentiamo da lei, una sera, troviamo tutto spento e buio intorno. Nessun’auto, nessuna voce. Nulla.

Io e Grossi ci guardiamo in faccia e gli dico “Doc…non è che abbiamo sbagliato o è successo qualcosa?”

In quel momento una voce ci dice di entrare nel cortile buio e……. SORPRESA!!!!! L’allegra anziana non solo aveva invitato noi, ma aveva voluto fare una mega festa in nostro onore, con tutto il paese, compreso il sindaco.

Un cartello mi ha sorpresa: “Ai nostri Angeli in terra, un GRAZIE. Vi amiamo!”

I miei occhi si riempiono di lacrime, stavolta di gioia. Grossi, che fino ad allora era un tipo poco sorridente ed emotivo, ha gli occhi lucidi e mi dice: “Anna, vai. E’ per te” “No Doc. E’ per me, per te e per tutti noi. Per me è come essere rinata oggi.”

Da quel giorno non ho più visto la signora, ma il suo calore, il suo sorriso e la sua dolcezza sono stati i regali più belli di quel brutto periodo e mi ricordano quanto, nel proprio piccolo, si possa essere importanti per qualcuno.”

Nota d’autore: Il presente racconto, pensato e scritto di getto in una sera della quarantena Covid-19, è un brano composto per far ricordare a tutti quanto si possa essere importanti, pur essendo piccoli. Una normale infermiera, un medico, un soccorritore, in un qualsiasi momento della nostra vita può diventare un eroe e basta un solo sorriso, un solo grazie a farlo sentire bene. Quando ci capita di vedere uno di questi “eroi di tutti i giorni” ricordiamoci di regalargli un sorriso. Per noi è poco, per loro è tutto. Grazie di cuore a tutti gli “eroi della normalità” per il dono che, col loro lavoro ed il loro volontariato ci fanno tutti i giorni. Grazie per le cure, per le carezze, per le parole e le azioni che fate. Siete speciali e noi, piccoli uomini, non dimenticheremo mai ciò che avete fatto in questa maxi-emergenza. L’Italia è con Voi, il mondo è con Voi. ❤

Coronavirus: il metodo Veneto.

Nel marasma mondiale causato dalla pandemia da Sars-Cov2, una regione si è contraddistinta per aver anticipato la pandemia: il Veneto.

La Regione capitanata da Zaia, uno dei primi focolai del contagio, ha anticipato tutti nella gestione, persino il Governo che, a suo dire, ha sbagliato nel seguire le direttive del comitato tecnico scientifico, causando il disastro di cui tutti, ormai, siamo consci.

Il Veneto, che ha avuto una moltitudine di contagi nella zona di Vo’ Euganeo e zone limitrofe, ha deciso da subito una linea totalmente diversa, persino contrapposta a quella delle altre regioni italiane: test di massa per tutti i residenti nella Regione, con isolamento immediato di tutti i “positivi”, specie gli asintomatici.

Così facendo, solo nelle vicinanze di Vo’ si sono registrati 66 positivi asintomatici, subito isolati, che, se avessero continuato la loro vita sociale fino alla comparsa dei sintomi, avrebbero potuto contagiare migliaia di altre persone creando i presupposti per l’espansione anche nella regione della pandemia.

La grande intuizione di partire con test di massa è stata del Professor Crisanti, ordinario di virologia all’Università di Padova, che per primo ha pensato che, forse, sarebbe stato meglio aver chiaro fin da subito il numero dei contagiati, così da prevenire un eventuale contagio da maxi-emergenza.

L’idea, contrariamente a quanto dichiarato dai “tecnici” nazionali, si rivela vincente: il contagio di massa viene contenuto in meno di un mese, pur con qualche difficoltà, ma permette al Veneto di passare alla storia (come successo per la Corea) come la prima zona italiana in cui si potrà parlare di “contagio zero”.

A dare una mano ai tamponi a tappeto un macchinario innovativo che ha permesso di processare fino a 9.000 test al giorno, permettendo di arrivare in soli 15 minuti al risultato, anziché 2 ore come i macchinari tradizionali.

Purtroppo, però, la grande intuizione ha solo limitato i danni da Covid che, però, sono risultati in 16738 contagi e più di 1000 morti, ma sicuramente, senza la prevenzione fatta dal Governatore Zaia e dal Professor Crisanti, il risultato sarebbe stato peggiore.

Coronavirus, Italia: prolungate chiusure.

Prolungate – come da pronostico – le norme restrittive decise dal Presidente del Consiglio Conte, che dichiara che è ancora presto per passare alla fase 2, visto che ci sono ancora mediamente 4000 casi in più al giorno e oltre 500 morti giornalieri.

Il nuovo DPCM prevede la chiusura di tutte le attività ed il mantenimento del divieto di spostamenti fino al 3 maggio, con delle differenze rispetto al precedente decreto: potranno infatti aprire librerie, cartolerie, aziende silvicoltrici e negozi di prodotti per neonati.

Il Premier, in un lungo monologo, ha poi smentito l’approvazione del piano d’utilizzo del MES (fondo salva-Stati) per l’emergenza Covid, accusando l’opposizione (che pure aveva votato contro l’approvazione del MES stesso nel 2012) di diffondere fake news solo per screditare il suo operato.

Conte ha, poi, aggiunto che ogni ipotesi è sul tavolo delle trattative dell’Unione Europea e che, dal 3 maggio, se i dati si confermeranno in discesa come in questi giorni, si potrà procedere ad alcune, piccole, aperture di attività.

Si ricorda che, anche per i giorni di Pasqua e Pasquetta, valgono sempre le normative riguardanti: divieto di spostamento, se non per necessità lavorative, sanitarie o per gravi motivi, divieto di spostarsi nelle seconde case di villeggiatura, anche se interne al comune di residenza e sono previste chiusure, in alcune Regioni, per le attività commerciali della grande distribuzione dalle 13 di domenica alle 24.00 di lunedì.

 

Coronavirus, Italia: prorogate limitazioni.

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha tenuto una conferenza stampa questa sera, in cui ha ufficializzato la proroga (già anticipata dal ministro Speranza) delle misure di contenimento dell’epidemia da Covid-19.

Si continuerà, quindi, con le restrizioni negli spostamenti tra comuni ed infracomunali e con i divieti di assembramento così come previsti dal D.C.P.M. 21 marzo 2020.

La nuova misura, confermativa della precedente, resterà in vigore almeno fino al 13 aprile, data in cui si deciderà, afferma Conte, se proseguire la fase 1 (di contenimento stretto, nda) oppure passare alla fase 2, in cui si comincerà ad alleggerire la pressione sui cittadini e sulle attività.

Tutto dipenderà, spiega Conte, da come sarà il dato dei contagi giornalieri e dei decessi.

Nella diretta, il premier, ha poi definito cosa s’intende per fase 1, 2 e 3.

La fase 1, l’attuale, è quella in cui un governo deve arginare l’epidemia, cercando di limitare più possibile i contagi, con misure restrittive e chiusure di attività.

La fase 2, invece, è quella di “convivenza col virus”. In questa fase le misure restrittive sono un po’ meno rigide e si riprende parzialmente la “socializzazione” della popolazione. Di solito questa fase avviene quando il rapporto sui nuovi contagi rispetto ai guariti è decisamente e costantemente inferiore ad 1.

La fase 3, poi, è di fine quarantena, dove tutte le misure vengono revocate e, finalmente, si può tornare alla vita normale.

 

Covid-19: contagi in rallentamento.

Una buona notizia nell’aggiornamento odierno della Protezione Civile.

I contagi hanno, finalmente, rallentato attestandosi a +1.648 rispetto a ieri (il giorno precedente erano stati quasi 4.000). Aumentano, invece, le persone dichiarate guarite, registrando un +1.590. E’ il dato più alto dall’esplosione della pandemia in Italia.

Rimane, purtroppo, alto il numero di vittime che quest’oggi è di 812.

Per il capo della Protezione Civile Borrelli, però, si tratta della dimostrazione che le misure varate dal governo Conte stanno sortendo un buon effetto, anche se ancora troppe sono le persone che non stanno rispettando le norme relative alla pandemia.

Borrelli, infatti, ha dichiarato che ci sono ancora troppe persone denunciate per inosservanza degli obblighi di quarantena e dei divieti di assembramento, cosa che potrebbe portare a nuovi contagi e, di conseguenza, nuove strette da parte del Governo.

Gli fa eco il Presidente del Consiglio Superiore della Salute che, implicitamente, fa capire che le restrizioni per i movimenti e le attività economiche continueranno anche dopo il 3 Aprile.

Italia-Albania: storia di un’amicizia.

Son passati pochi mesi da quando, il 26 novembre 2019, un violentissimo terremoto distrusse buona parte dell’Albania, specialmente la zona di Durazzo.

In quel frangente, il popolo italiano non stette a guardare e mando numerosi soccorritori e vigili del fuoco per aiutare la popolazione albanese ad uscire dalla drammatica situazione, segno tangibile dell’amicizia e rispetto che da sempre regna tra le due Nazioni.

Oggi, questo gesto nobile è stato ricambiato.

Il premier albanese Edi Rama, vedendo l’Italia in difficoltà per le questioni legate al Covid-19, ha inviato un team di 30 medici in soccorso, per riconoscenza verso il nostro Paese.

“Laggiù è casa nostra” dice Rama con estrema semplicità. “Noi non abbandoniamo l’amico in difficoltà”.

Elogio da tutte le forze politiche per questo gesto che, c’è da scommetterci, rimarrà negli anni un segno tangibile del forte legame che esiste tra il popolo italiano e quello albanese.

Faleminderit Shqiperi! Grazie Albania!

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