Post

La strana serata.

“Una sera mi trovavo per le vie della mia città.

Un centro tranquillo, di 15.000 anime dove ben poco succedeva per arrivare agli onori della cronaca.

Ricordo che, con degli amici, giravo per la zona pedonale.

Ad un tratto vidi, poco distante da me, una ragazza seduta su un marciapiede con le mani in volto.

Subito non capii il suo comportamento. Gli occhi bassi e lucidi e lo sguardo perso nel vuoto. E quelle mani, mani piccole, minute, delicate. Ricordo che mi avvicinai a lei e che mi guardò terrorizzata. Mi urlò “NON TI AVVICINARE!!!” con un tono quasi sconvolto dalla paura che le facessi del male.

Feci un passo indietro, non volevo spaventarla, ma solo aiutarla e capire come mai tenesse quel comportamento.

Pochi secondi dopo vidi il suo viso distrutto dalle lacrime. Stava piangendo a dirotto, col volto di chi ha passato una guerra e non un sabato sera in una cittadina tranquilla come la mia. Il trucco ormai era completamente colato, gli occhi gonfi di pianto, tanto da non riuscire neanche a stare aperti. E quella voce, la voce rotta di chi non sa più che dire, né che fare.

Notai in lei un terrore folle e cominciai a parlarle. Lei, diffidente e spaventata, non conoscendomi si terrorizzò e si chiuse per un po’ a riccio. I miei amici non si accorsero di nulla, andarono avanti per i fatti loro senza notare neanche che mi ero fermato.

Non mi importò molto di loro, in quell’occasione.

Mi importava maggiormente l’aiuto che avrei voluto e potuto dare ad una ragazza distrutta dal dolore e dalla tensione.

In pochi minuti, dopo lo shock iniziale, lei iniziò ad aprirsi. Non le chiesi subito il perché si tenesse il volto o per quale motivo stesse piangendo. Le chiesi il nome e le dissi il mio. Fu lei poi a dirmi di scusarla se mi stava facendo stare lì a pensare a lei invece che stare con gli amici in un bel sabato sera estivo.

Le dissi chiaramente una frase: “Ragazza cara. Non mi frega nulla, l’importante è che tu possa star meglio.”

Non so perché mi prese tanto la situazione.

Lei dopo un po’ di parole capì di potersi fidare di me. Parliamoci chiaro, se avessi voluto farle del male, avrei avuto già l’occasione all’inizio, quando si disperava.

Fu così che lei, in un momento di sfogo, mi disse che il suo “ragazzo” l’aveva mollata, non prima di averla picchiata e derisa davanti ai suoi amici.

“Begli amici!!!!” dissi io arrabbiatissimo. Come si può definire amico chi non ferma un atto schifoso come la violenza????

La feci parlare, lei pianse, si appoggiò a me, che intanto mi ero seduto accanto a lei. E parlò. Parlò per più di due ore delle continue angherie e violenze che quell’uomo, se così si può chiamare, le perpetrava ormai da più di 5 anni.

Alla fine la convinsi a fare l’azione più dura della sua vita. Rivolgersi alle forze dell’ordine e denunciare il suo aguzzino. Non potevo sopportare che un essere spregevole come quello potesse ridurre in lacrime e distruggere moralmente una persona rimanendo impunito. L’accompagnai io alla Stazione dei Carabinieri.

Lei raccontò tutto all’agente di turno che la convinse. La convinse a mettere tutto nero su bianco e firmare la denuncia.

Capite? Avevo appena aiutato una donna a denunciare il suo aguzzino, il violento di turno che non ha specie e non ha cuore.

Pochi giorni dopo seppi che il violento in questione fu arrestato dai militari e rinchiuso in cella, in attesa di sentenza.

Fu lei a dirmelo, con gli occhi questa volta piena di gioia e di felicità per essersi, finalmente, liberata di quel balordo.

Ed è questo che spero facciano tutti. Spero un giorno di poter dire “Finalmente le donne stanno denunciando le violenze!”

Non dimenticherò mai i suoi occhi, anche se….. spero di non vedere mai più occhi così feriti e tristi come i suoi.”

L’infame.

“28 agosto 1999.

I grilli cantavano festanti ed il vociare dei bambini che giocavano in piazza allietava la calda sera di fine estate.

Una bellissima serata, ma ad un tratto l’urlo assordante delle sirene, accompagnato dal bagliore delle luci stroboscopiche blu, squarcia la tranquillità dell’intero paese.

Gli agenti, intervenuti a sirene spiegate, circondano la palazzina proprio di fronte a me. Dopo pochi minuti, il silenzio. Le sirene si spengono così come le luci lampeggianti. Non è dato sapere cosa stia succedendo nel palazzo di fronte.

Ad un tratto qualcosa si muove. Escono due uomini in giacca e cravatta, di un’eleganza smodata, seri e compassati. Scruto, nei loro occhi, una piccola soddisfazione. Appena qualche secondo ed escono altri uomini con la pettorina classica della Polizia ed un uomo che, data l’ora e probabilmente la stanchezza lavorativa, pareva vestito solo in pigiama, con lo sguardo assonnato di chi, forse, si era appisolato guardando la televisione.

Mi colpì molto il suo sguardo. Pareva assonnato, ma ancora di più pareva incredulo e triste. Quasi sembrava in shock per quello che, poi, si capì essere l’arresto.

L’accusa, seppi giorni dopo, fu delle più infamanti: omicidio, come direbbero gli americani, di primo grado. Si tratta della fattispecie più grave, l’assassinio volontario di una persona.

Rimasi stranito alla notizia.

Conoscevo di vista quell’uomo e tutto avrei pensato, meno che fosse un omicida. Ricordo un giorno in cui ci parlai e rimasi colpito dalla sua personalità, gentile e garbata. Era sì un uomo deciso, ma talmente deciso da compiere un omicidio proprio no. Non ci potevo credere.
Fu arrestato sulla base di un testimone che, a suo dire, lo aveva visto mentre spingeva con forza una persona sotto il treno che passava in corsa alla stazione.

Passarono parecchi anni. Sentii che quell’uomo fu condannato in primo grado a 30 anni di carcere per omicidio volontario aggravato dai futili motivi.
Un’accusa a cui non credevo.

Fu per questo che, anche se non avevo rapporti personali con quell’uomo, mi misi ad indagare.

Non sono né un detective né un agente di polizia, ma un semplice ragazzo con sete di giustizia.

Cominciai a carpire quante più informazioni possibili sull’assassino e la sua vittima. Sulle loro famiglie.

Parlai a lungo persino col testimone presunto del fatto.

Ci misi anni ma arrivai alla verità. L’uomo arrestato era stato incastrato.

Come lo scoprii?

Semplice, feci parlare il teste dell’omicidio che, onestamente, non conoscevo.

Ho un animo abbastanza provocatore e fu grazie a questo che riuscii a farlo parlare nel pieno della sincerità e franchezza.

Mi raccontò che colui che aveva indicato come assassino, in realtà, era un suo ex socio d’affari con cui aveva diviso la proprietà di una piccola azienda.
Purtroppo per l’accusato, un bel giorno trovò il caro socio con le “mani nella marmellata”. Stava distraendo dei ricavi della piccola azienda di cui erano proprietari per avere più soldi da giocare.

Era un ludopatico. Giocava più volte al giorno, senza mai smettere per diverse ore.

Il mio dirimpettaio era il socio di maggioranza, colui che deteneva la titolarità delle azioni da intraprendere e colui che assumeva le decisioni fondamentali per la vita economica e gestionale dell’azienda.

Quando trovò il socio con le mani nel sacco si arrabbiò molto, tanto da voler rilevare le sue quote e liquidarlo in malo modo.

Ricordo che il socio fedifrago mi disse: “Non lo sopportavo. Mi disse . Non potevo permettermi una denuncia, così appresi del ritrovamento del cadavere di una giovane qui vicino e mi inventai tutto. Dissi alla polizia che ero testimone di un omicidio, l’omicidio della ragazza, e da qui partì tutto”.

“Mi volevo vendicare per quello che era successo” – continuò – “ed il solo modo era quello di infamarlo.”

“Bello stronzo” dissi io.

“Cosa potevo fare?” mi rispose “Ho moglie e due figli ed una denuncia mi avrebbe tolto dalla loro vita per sempre. Mia moglie è molto rigida ed io non potevo nascondere la mia malattia.”

“Malattia?” chiesi sorpreso.

“Sì, malattia. Gioco e sono consapevole di rovinarmi, ma non so smettere”.

“E così infami un uomo e macchi di un’onta terribile una persona per la tua stupida, ignorante malattia??” dissi seccatissimo.

Non so cosa mi tenne dal rifilargli un pugno in faccia.
Sta di fatto che pochi giorni dopo rividi quel disgraziato e gli dissi “Sai, ho pensato bene alla chiacchierata dell’altro giorno e sono dell’idea che devi andare dagli agenti a dire la verità.”

Lui subito rise, ma poi ci pensò bene e disse “Senti, dammi una mano. Non voglio andare da solo.”

“Ok” gli dissi. E lo accompagnai al Commissariato più vicino.

Qualche settimana dopo la svolta. Vidi nuovamente le pattuglie della prima sera. Questa volta niente urla delle sirene, né bagliori blu. Solo tanta gentilezza ed un uomo sollevato e sorridente. La giustizia era fatta e lui tornò libero. Libero dall’accusa infamante, libero di tornare alla sua famiglia ed al suo unico amore, la sua donna.

Negli stessi minuti, il secondo uomo, quello vendicativo e bastardo, venne prelevato. Questa volta era lui nei guai.

Si scoprì pochi mesi dopo, dalle indagini sull’omicidio, che l’assassino era proprio quel testimone, tanto falso quanto cattivo, che tempo prima aveva accusato un innocente.

Fu condannato all’ergastolo e dovette risarcire il malcapitato di turno che, in modo molto pacato e quasi piangendo, mi ringraziò.

Non rividi più nessuno dei due, né fui contattato dagli agenti, ma una cosa era certa. Avevo aiutato un innocente ad essere un uomo libero e la giustizia ad essere veramente giusta.”

Incontri

“Era una calda sera estiva.
Io ed una mia amica eravamo a passeggiare in un piccolo parco, un luogo a noi caro perché era il luogo dove ci siamo conosciuti. 

La Luna, la magica Luna faceva capolino sopra le nostre teste e, con la sua luce, quasi ci accarezzava. 

Ad un tratto, un bagliore accecante ci sorprese. Fummo quasi scioccati da tanta luminosità e cademmo a terra. Non so se fu il lampo luminoso a farci svenire o solo lo spavento. 

Ricordo solo che, quando ci risvegliammo, eravamo stesi su una specie di letto ipertecnologico, una struttura metallica – per altro molto comoda – con cui ci potevamo muovere liberamente ovunque, pur restando stesi. 

Provammo a capire dove ci trovavamo. Era un posto strano e nuovo per noi e ci guardammo a lungo in faccia per l’incredulità. 

Ad un certo punto, un personaggio dalle sembianze particolari ci apparve davanti, ci scrutò quasi stranito dalla lieve somiglianza con lui e cominciò a parlare. Ci chiese come stavamo e ricordo che ci chiamò per nome. 

Rimanemmo agghiacciati. “Come fai a sapere i nostri nomi?” chiesi io. Lui mi rispose che sapeva molte cose di noi, mi disse che erano anni che ci osservava per capire. 

Poi, devo dire molto gentilmente, si presentò. Disse di chiamarsi Martium e di venire da uno dei Pianeti più remoti dell’universo. 

La mia amica si spaventò molto. Si mise ad urlare di lasciarci andare e che, se fosse stato uno scherzo, sarebbe stato di cattivissimo gusto ma…. Uno scherzo non lo era affatto. 

Ci fece vedere – e qui io sorrisi – un documento, scritto in una lingua strana ma comprensibile, molto simile al latino, e su questo documento c’era scritto “Comandant Martium” ed altre scritte che ora non ricordo. 

Ci spiegò, rassicurando lei, che non aveva alcuna intenzione di farci del male. Anzi! Voleva solamente studiarci un po’ e capire i nostri usi e farci capire – con un non so che di manie di grandezza – come rendere il nostro pianeta più civile e funzionale…. 

Continuammo a non comprendere… 

Ad un tratto ci guarda e dice “Amici, seguitemi. Vi mostro un po’ della nostra gente e delle nostre usanze, vi va?” 

Noi timidamente annuimmo e lui ci portò in una vera e propria suite, con tanto di arredi di pregio. Rimasi colpito da tutto quel lusso in un posto così spartano. Lui ci fece vedere un monitor in cui si vedeva la nostra gente e le scelte che faceva. Si notava, però, sulla destra una specie di schermo a realtà virtuale, in cui veniva ritratta la stessa persona, ma in un altro comportamento, a loro dire più corretto. 

Ad un certo punto il monitor si soffermò su un dettaglio che mi fece gelare il sangue. Ero io che venivo ritratto mentre, in una litigata, diedi una manata ad un amico, facendolo cadere a terra. 

Mi girai a destra, dallo schermo in cui doveva esserci il giusto comportamento, ma notai che era spento. Gli chiesi: “Scusi Comandante, ma perché lo schermo “dei comportamenti giusti” è spento? 

Anche la mia amica, scioccata dalla scena a cui aveva assistito poco prima, chiese il perché. E fu lì la grande sorpresa. Lui, il nostro ormai amico extraterrestre, ci guardò e si mise a ridere. “Vedete” ci disse “noi sul nostro pianeta abbiamo una grande tecnologia, ma essa ci aiuta, ed abbiamo anche sistemi che controllano che ciò che facciamo non sia dannoso per il nostro sistema. Ma….” Si fermò. 

“Ma??” Chiese la mia amica. 

“Ma….Non abbiamo la cosa più importante: l’autodeterminazione. In realtà anche i nostri comportamenti sono controllati dalla tecnologia. Non abbiamo emozioni, non abbiamo sensazioni, noi viviamo in funzione di un computer che ci dice cosa fare.” 

“Ma è sconvolgente” Dissi io. 

“Sì” mi rispose “E’ sconvolgente, ed è quello che sta succedendo a voi. Ormai tutti sui social, su Facebook, Twitter, tutti connessi e tutti con “il pensiero di massa” ma nessuno che ha un’idea sua”. 

La mia amica ed io rimanemmo attoniti. Poi, quasi di scatto, gli dissi “Vedi, hai ragione! Stiamo annullandoci e ci stiamo facendo uccidere la mente dalla tecnologia”. 

Lui rise, ma non di cattiveria, ma quasi ad annuire nei miei confronti. Mi disse “Amico, hai capito ora in che mondo vi state evolvendo? Hai capito cosa sta per succedere? Voi umani state quasi arrivando al nostro sistema. Un mondo apatico, senza emozioni. Un mondo in cui non si ragiona se non “perché l’ha detto la tv”.” 

Stemmo lì a parlare tanto tempo, in una conversazione quasi surreale ma molto costruttiva. Alla fine ci abbraccio e ci disse “Ora che il mio scopo è raggiunto, tornate tra la vostra gente. E’ ora.” 

Quasi ci rimanemmo male, ma da un lato ci sentimmo sollevati ed accettammo la sua offerta di lasciarci andare, con una promessa: insegnare nuovamente al mondo a pensare a suo modo, ognuno con le sue emozioni e le sue usanze. Ognuno in modo differente. 

Ci ritrovammo, di colpo, nello stesso punto in cui eravamo stati inizialmente e tornammo alla vita di sempre, ma più consapevoli di noi stessi e, forse, un po’ più ricchi. 

Un solo fatto avvenne dopo quello strano, stupendo, incontro: io e la mia amica buttammo via i cellulari, tornando alle vecchie maniere e fu grazie a quello che ora, finalmente, posso dire di amare una persona. Alla follia. E posso dire di amarla davvero, senza tecnologia. Solo e unicamente nella realtà.” 

Amore Malato.

“Ciao,
mi chiamo Malia (il nome è di fantasia). Ho 25 anni e da quando ne avevo 16 esco con un ragazzo. Lui è il mio amore, si chiama Robert.

Ci amiamo alla follia e lui mi fa sentire bene, mi adora, mi fa sembrare una Regina.

Sì, una Regina.

Qualche settimana fa, mi son sentita tremendamente in colpa perché ho sbagliato e l’ho fatto arrabbiare tanto. Non è la prima volta che il mio amore si arrabbia con me. Non è la prima volta neanche che commetto un errore.

E lui, anche questa volta, come ogni volta, mi ha punita per lo sbaglio. Me lo sono meritato. Mi ha dato uno schiaffo in pieno volto. Dopo quella sberla il mio viso era rosso fuoco, io piangevo ma non so perché. E’ stata colpa mia se si è arrabbiato e se non sono stata in grado di farmi perdonare. E’ colpa mia se l’ho messo in condizione di darmi quel ceffone.

Io sbaglio molto, lo so bene. E lui, per il mio bene, cerca – come dice lui – di correggermi. Lo fa sempre, perché sbaglio sempre.

Lui lo fa perché mi ama ed il segno del suo amore, a volte, è anche sentir male.
Mi ama talmente tanto che, pensate, non vuole che io neanche vada a farmi un giro con un’amica. Mi protegge in questo modo. Vuole fortemente che io sia tutta per lui e nessun altro. Neanche per un attimo posso essere di qualcun altro.

Ora però non ci sono più. E questa storia ve la sto raccontando dal cielo, da quel posto infinito che lui, nel suo profondo amore, mi voleva far toccare. Ed ora, quel cielo l’ho toccato, lo abbraccio e lo abbraccerò per sempre, perché lui, quel mio grande amore, in un attimo di nervoso mi ha uccisa.

Mi ha colpita forte, per correggermi, ma forse il forte era troppo forte per me. Ho picchiato il capo e sono deceduta.

Ora, amici ed amiche che vedete la mia storia, non ci sono più.
Non sono più di nessuno. E lascio i miei figli, i nostri figli, che non avranno più la loro madre, in segno di un amore che forse amore non era.”

Concerto benefico ad Acqui Terme (AL).

Grande evento, sabato 13 ottobre, ad Acqui Terme (AL).

Al Centro Congressi della città termale si sono esibiti, a scopo benefico, i Rezophonic, gruppo creato da Mario Riso, che racchiude più di 300 artisti italiani, tra cui Renga, Caparezza e molti altri.

Il gruppo, molto conosciuto nell’area della musica Metal, ha proposto ai presenti un misto dei loro più grandi successi, uno tra tutti Can you hear me?, canzone con cui il gruppo ha iniziato la sua carriera.
Assieme a loro erano presenti le due voci del gruppo Lacuna Coil, Cristina Scabbia ed Andrea Ferro, che si sono esibiti con i Rezophonic, presentando pezzi scritti da loro e cover, in un’atmosfera incredibilmente festante ed energica.

Il concerto, durato circa 2 ore, ha visto l’alternanza degli artisti, a ranghi misti.

Il tutto aveva uno scopo ben preciso: aiutare l’associazione Parent Project, che lotta per permettere le cure ai malati di distrofia di Duchenne, una delle numerose malattie rare che, oltre che colpire il fisico, affligge anche le facoltà mentali dei malati, a causa della sua presenza nel cromosoma X.

Insomma, un evento nobile, che ha divertito ed è stato utile.

Il leader dei Rezophonic, presentatosi sul palco con la fascia da Capitano, ha dichiarato che il progetto Rezophonic è nato proprio per questo: aiutare progetti umanitari ad avere il giusto risalto e le giuste possibilità. Ha inoltre dichiarato che, grazie ai proventi dei loro pezzi, hanno potuto aiutare molti progetti scolastici ed umanitari anche in Africa, oltre che in Italia, come la costruzione di pozzi e cisterne per acqua potabile in centro Africa.

Grande umanità è stata mostrata anche dopo il concerto, con i vari componenti ed ospiti che si sono fermati a chiacchierare e fare foto con tutti i presenti, firmando autografi a più non posso.

E’ stata una serata magica ed il Rezophonic ha promesso che non sarà l’ultima.

Rafael Nadal: un campione di altruismo.

Da giorni la sua isola, Maiorca, è flagellata da un’imponente alluvione che la sta devastando.

E lui, il campionissimo del tennis mondiale Rafa Nadal, non è stato a guardare. Non ha detto frasi di rito nè scritto post d’effetto solo per avere dei “like”.

Lui, el campeon, ha agito. Ha aperto il suo centro di tennis, composto da 84 camere superlusso, generalmente riservate ad allievi abbienti, e le ha donate agli sfollati dell’emergenza.

Ma non è tutto.

Rafa è sceso in strada, non con vestiti firmati, non con accessori di pregio. È uscito con una pala ed ha iniziato ad aiutare i soccorritori e la gente comune a spalare il fango. Non si è fermato davanti alla fatica, non si è fermato davanti al fatto che si sarebbe sporcato la tuta indossata.

Rafa si è unito a chi aiutava, dimostrando di essere un uomo vero, con il cuore pieno di amore e altruismo.

Il maiorchino si è dimostrato ancora una volta un campione. E, stavolta, non nello sport.

Bravo Rafa!

Uragano Michael: prima vittima.

Preannunciato da giorni, l’uragano Michael, che sta sferzando gli Stati Uniti, ha fatto registrare la prima vittima.

A Greensboro (Florida) un uomo ha perso la vita a causa di un albero che si è abbattuto sulla sua abitazione. Un’altra persona risulta ferita.
Le autorità hanno, nei giorni scorsi, consigliato l’evacuazione totale di tutta l’area che sarebbe stata interessata dall’uragano, ma alcune persone non hanno voluto allontanarsi dalle proprie abitazioni.

Il portavoce della contea di Gadsden ha dichiarato che i danni causati finora dall’uragano sono catastrofici e, presumibilmente, aumenteranno col passare delle ore.
Il Presidente USA Donald Trump ha parlato di un “mostro” potenzialmente devastante, soprattutto a causa dei venti che, appena toccata la terraferma, sono arrivati a superare i 240 km/h, classificando l’uragano come categoria 4 su una scala di 5 (categoria che “scatta” con venti superiori ai 252 km/h).

Calcio: Italia-Ucraina 1-1.

L’Italia di Roberto Mancini stecca nuovamente e non va oltre il pareggio con la nazionale del CT Shevchenko.

Primo tempo di marca azzurra con gli uomini di Mancini che tirano più volte in porta. Miracoloso il portiere Pyatov in più occasioni.

Nel secondo tempo la partita si ribalta, con gli ucraini che tentano e ritentano con alcune parate fondamentali di Donnarumma.

Gli azzurri, però, passano in vantaggio (55′) con una papera di Pyatov che, invece di bloccare un tiro (destinato ad uscire) di Bernardeschi, si fa rimbalzare la palla sulla mano e la spedisce in porta.

La gioia italiana dura poco, però. Al 67′, infatti, la difesa azzurra si fa una ronfata colossale e permette a Malinowski di segnare il pareggio.

Poco dopo, lo stesso Malinowski fa tremare la traversa su calcio di punizione (72′).

Finisce 1-1 con tanti rimpianti ed ancora senza una vittoria che ormai manca dal 28 maggio.

Prossimo impegno, con la Polonia del trio Lewandowski-Milik-Piątek valida per la Nations League, in programma domenica prossima.

Pedofilia: 7 anni a magistrato.

Un magistrato di Messina è stato condannato a 7 anni di reclusione con l’accusa di produzione e diffusione di materiale pedopornografico e violenza sessuale su minore.

L’uomo è accusato di aver ripreso col cellulare e poi diffuso immagini di 2 ragazzine di 16 ed aver scaricato altro materiale pedopornografico.
Secondo l’accusa, il condannato avrebbe partecipato attivamente ad uno dei video, spogliando una delle due ragazzine mentre dormiva.

Ora l’uomo si trova agli arresti domiciliari in un centro per disturbi sessuali.

Trapani: ferito agente di Polizia.

Un agente della Polizia di Stato è rimasto ferito oggi a Trapani.

L’ispettore stava effettuando un controllo su una chiavetta USB, consegnata un anno fa da un avvocato trapanese che, ricevendola per posta, non era riuscita a risalire al mittente e si era insospettita.

All’interno del piccolo oggetto vi era, però, un ordigno rudimentale ad alto potenziale che, appena inserita la chiavetta nel computer, è esploso, causando all’uomo la perdita di tre dita. Un delicato intervento, fortunatamente, ha permesso all’agente di riavere tutte le dita al loro posto.

Ora la Procura trapanese indaga contro ignoti per minacce, lesioni gravi e detenzione di materiale esplosivo.

Haiti: violento terremoto.

Una violenta scossa di terremoto si è registrata alle 2.11 (ora italiana) di questa notte sull’isola di Haiti.

La magnitudo registrata è stata di 5,9 gradi sulla scala Richter e l’epicentro è stato localizzato sulla costa settentrionale dell’isola ad 11,9 km di profondità.

Finora le autorità locali determinano in 11 il numero delle vittime, ma ci sarebbero numerosi feriti, di cui alcuni in modo grave.
La zona più colpita è Port-de-Paix, città andata completamente distrutta, ma alcuni altri centri hanno subito ingenti danni a cose e persone, con intere abitazioni accartocciate su loro stesse.

Al momento le notizie sono, comunque frammentarie, a causa dei forti problemi ai sistemi informativi isolani.

E’ il secondo violento sisma che si registra ad Haiti negli ultimi anni, dopo quello impressionante del 2010, la cui magnitudo fu di 7.0.

Deve essere operato: chiede di operare anche il suo orsacchiotto.

Una storia particolarmente tenera arriva da Halifax, Canada.

Un bambino di 8 anni, in attesa di un’operazione per idrocefalia, ha chiesto al neurochirurgo di operare anche il suo orsetto di peluche, Little Baby.

A quel punto il medico, spinto da compassione e da un’umanità indescrivibile, acconsente alla richiesta del piccolo e sutura la ferita (uno strappo sotto l’ascella) di Little Baby, azione che ha persino tranquillizzato la tensione del bimbo in attesa di intervento.

Il gesto non è passato assolutamente inosservato, tanto che sia la direzione dell’ospedale, sia i genitori del paziente “in carne ed ossa” lo hanno ringraziato.

Lui dal canto suo ha dichiarato “Era il suo migliore amico ed era ferito. Che potevo fare?”.

La notizia sta facendo il giro del mondo sui social, con commenti di gioia e di ringraziamento al gran chirurgo che, si è notato, fa fede al giuramento di Ippocrate senza alcuna remora.

Lirica: addio a Montserrat Caballè.

Si è spenta all’età di 85 anni l’immensa soprano Montserrat Caballè.
La popolare cantante lirica, una delle più grandi della storia contemporanea, era ricoverata da metà settembre nell’ospedale Sant Pau di Barcellona per l’improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Debuttò nel 1956 sulla scena della musica lirica e partecipò a più di 4mila manifestazioni canore, fermando la sua carriera nel 2013, dopo 57 anni di successi e di storia.

Considerata una delle ultime grandi dive della musica lirica, le saranno dati gli onori funebri lunedì a mezzogiorno all’obitorio Les Corts di Barcellona.

Musica: morto Charles Aznavour.

Si è spento all’età di 94 anni Charles Aznavour, il re degli Chansonnier.
Nato a Parigi nel 1924 da una famiglia di immigrati armeni, fu instradato al teatro parigino all’età di 9 anni, fino a quando la nota Edith Piaf lo notò ed iniziò a portarlo in tournée.
Considerato un monumento della canzone francese, Charles scrisse e cantò più di mille canzoni in cinque lingue: francese, inglese, italiano, spagnolo e russo. Interpretò una sessantina di film, scrisse due autobiografie e fu impegnatissimo nel campo sociale, ragion per la quale fu insignito della Legion D’Onore francese e fu Ambasciatore d’Armenia a Parigi.

Messaggi di cordoglio ed omaggi da tutto il mondo, anche attraverso i social, che ricordano come fosse un pilastro portante per la musica francese ed internazionale, amato e rispettato in ogni Nazione.