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La strana serata.

“Una sera mi trovavo per le vie della mia città.

Un centro tranquillo, di 15.000 anime dove ben poco succedeva per arrivare agli onori della cronaca.

Ricordo che, con degli amici, giravo per la zona pedonale.

Ad un tratto vidi, poco distante da me, una ragazza seduta su un marciapiede con le mani in volto.

Subito non capii il suo comportamento. Gli occhi bassi e lucidi e lo sguardo perso nel vuoto. E quelle mani, mani piccole, minute, delicate. Ricordo che mi avvicinai a lei e che mi guardò terrorizzata. Mi urlò “NON TI AVVICINARE!!!” con un tono quasi sconvolto dalla paura che le facessi del male.

Feci un passo indietro, non volevo spaventarla, ma solo aiutarla e capire come mai tenesse quel comportamento.

Pochi secondi dopo vidi il suo viso distrutto dalle lacrime. Stava piangendo a dirotto, col volto di chi ha passato una guerra e non un sabato sera in una cittadina tranquilla come la mia. Il trucco ormai era completamente colato, gli occhi gonfi di pianto, tanto da non riuscire neanche a stare aperti. E quella voce, la voce rotta di chi non sa più che dire, né che fare.

Notai in lei un terrore folle e cominciai a parlarle. Lei, diffidente e spaventata, non conoscendomi si terrorizzò e si chiuse per un po’ a riccio. I miei amici non si accorsero di nulla, andarono avanti per i fatti loro senza notare neanche che mi ero fermato.

Non mi importò molto di loro, in quell’occasione.

Mi importava maggiormente l’aiuto che avrei voluto e potuto dare ad una ragazza distrutta dal dolore e dalla tensione.

In pochi minuti, dopo lo shock iniziale, lei iniziò ad aprirsi. Non le chiesi subito il perché si tenesse il volto o per quale motivo stesse piangendo. Le chiesi il nome e le dissi il mio. Fu lei poi a dirmi di scusarla se mi stava facendo stare lì a pensare a lei invece che stare con gli amici in un bel sabato sera estivo.

Le dissi chiaramente una frase: “Ragazza cara. Non mi frega nulla, l’importante è che tu possa star meglio.”

Non so perché mi prese tanto la situazione.

Lei dopo un po’ di parole capì di potersi fidare di me. Parliamoci chiaro, se avessi voluto farle del male, avrei avuto già l’occasione all’inizio, quando si disperava.

Fu così che lei, in un momento di sfogo, mi disse che il suo “ragazzo” l’aveva mollata, non prima di averla picchiata e derisa davanti ai suoi amici.

“Begli amici!!!!” dissi io arrabbiatissimo. Come si può definire amico chi non ferma un atto schifoso come la violenza????

La feci parlare, lei pianse, si appoggiò a me, che intanto mi ero seduto accanto a lei. E parlò. Parlò per più di due ore delle continue angherie e violenze che quell’uomo, se così si può chiamare, le perpetrava ormai da più di 5 anni.

Alla fine la convinsi a fare l’azione più dura della sua vita. Rivolgersi alle forze dell’ordine e denunciare il suo aguzzino. Non potevo sopportare che un essere spregevole come quello potesse ridurre in lacrime e distruggere moralmente una persona rimanendo impunito. L’accompagnai io alla Stazione dei Carabinieri.

Lei raccontò tutto all’agente di turno che la convinse. La convinse a mettere tutto nero su bianco e firmare la denuncia.

Capite? Avevo appena aiutato una donna a denunciare il suo aguzzino, il violento di turno che non ha specie e non ha cuore.

Pochi giorni dopo seppi che il violento in questione fu arrestato dai militari e rinchiuso in cella, in attesa di sentenza.

Fu lei a dirmelo, con gli occhi questa volta piena di gioia e di felicità per essersi, finalmente, liberata di quel balordo.

Ed è questo che spero facciano tutti. Spero un giorno di poter dire “Finalmente le donne stanno denunciando le violenze!”

Non dimenticherò mai i suoi occhi, anche se….. spero di non vedere mai più occhi così feriti e tristi come i suoi.”

L’infame.

“28 agosto 1999.

I grilli cantavano festanti ed il vociare dei bambini che giocavano in piazza allietava la calda sera di fine estate.

Una bellissima serata, ma ad un tratto l’urlo assordante delle sirene, accompagnato dal bagliore delle luci stroboscopiche blu, squarcia la tranquillità dell’intero paese.

Gli agenti, intervenuti a sirene spiegate, circondano la palazzina proprio di fronte a me. Dopo pochi minuti, il silenzio. Le sirene si spengono così come le luci lampeggianti. Non è dato sapere cosa stia succedendo nel palazzo di fronte.

Ad un tratto qualcosa si muove. Escono due uomini in giacca e cravatta, di un’eleganza smodata, seri e compassati. Scruto, nei loro occhi, una piccola soddisfazione. Appena qualche secondo ed escono altri uomini con la pettorina classica della Polizia ed un uomo che, data l’ora e probabilmente la stanchezza lavorativa, pareva vestito solo in pigiama, con lo sguardo assonnato di chi, forse, si era appisolato guardando la televisione.

Mi colpì molto il suo sguardo. Pareva assonnato, ma ancora di più pareva incredulo e triste. Quasi sembrava in shock per quello che, poi, si capì essere l’arresto.

L’accusa, seppi giorni dopo, fu delle più infamanti: omicidio, come direbbero gli americani, di primo grado. Si tratta della fattispecie più grave, l’assassinio volontario di una persona.

Rimasi stranito alla notizia.

Conoscevo di vista quell’uomo e tutto avrei pensato, meno che fosse un omicida. Ricordo un giorno in cui ci parlai e rimasi colpito dalla sua personalità, gentile e garbata. Era sì un uomo deciso, ma talmente deciso da compiere un omicidio proprio no. Non ci potevo credere.
Fu arrestato sulla base di un testimone che, a suo dire, lo aveva visto mentre spingeva con forza una persona sotto il treno che passava in corsa alla stazione.

Passarono parecchi anni. Sentii che quell’uomo fu condannato in primo grado a 30 anni di carcere per omicidio volontario aggravato dai futili motivi.
Un’accusa a cui non credevo.

Fu per questo che, anche se non avevo rapporti personali con quell’uomo, mi misi ad indagare.

Non sono né un detective né un agente di polizia, ma un semplice ragazzo con sete di giustizia.

Cominciai a carpire quante più informazioni possibili sull’assassino e la sua vittima. Sulle loro famiglie.

Parlai a lungo persino col testimone presunto del fatto.

Ci misi anni ma arrivai alla verità. L’uomo arrestato era stato incastrato.

Come lo scoprii?

Semplice, feci parlare il teste dell’omicidio che, onestamente, non conoscevo.

Ho un animo abbastanza provocatore e fu grazie a questo che riuscii a farlo parlare nel pieno della sincerità e franchezza.

Mi raccontò che colui che aveva indicato come assassino, in realtà, era un suo ex socio d’affari con cui aveva diviso la proprietà di una piccola azienda.
Purtroppo per l’accusato, un bel giorno trovò il caro socio con le “mani nella marmellata”. Stava distraendo dei ricavi della piccola azienda di cui erano proprietari per avere più soldi da giocare.

Era un ludopatico. Giocava più volte al giorno, senza mai smettere per diverse ore.

Il mio dirimpettaio era il socio di maggioranza, colui che deteneva la titolarità delle azioni da intraprendere e colui che assumeva le decisioni fondamentali per la vita economica e gestionale dell’azienda.

Quando trovò il socio con le mani nel sacco si arrabbiò molto, tanto da voler rilevare le sue quote e liquidarlo in malo modo.

Ricordo che il socio fedifrago mi disse: “Non lo sopportavo. Mi disse . Non potevo permettermi una denuncia, così appresi del ritrovamento del cadavere di una giovane qui vicino e mi inventai tutto. Dissi alla polizia che ero testimone di un omicidio, l’omicidio della ragazza, e da qui partì tutto”.

“Mi volevo vendicare per quello che era successo” – continuò – “ed il solo modo era quello di infamarlo.”

“Bello stronzo” dissi io.

“Cosa potevo fare?” mi rispose “Ho moglie e due figli ed una denuncia mi avrebbe tolto dalla loro vita per sempre. Mia moglie è molto rigida ed io non potevo nascondere la mia malattia.”

“Malattia?” chiesi sorpreso.

“Sì, malattia. Gioco e sono consapevole di rovinarmi, ma non so smettere”.

“E così infami un uomo e macchi di un’onta terribile una persona per la tua stupida, ignorante malattia??” dissi seccatissimo.

Non so cosa mi tenne dal rifilargli un pugno in faccia.
Sta di fatto che pochi giorni dopo rividi quel disgraziato e gli dissi “Sai, ho pensato bene alla chiacchierata dell’altro giorno e sono dell’idea che devi andare dagli agenti a dire la verità.”

Lui subito rise, ma poi ci pensò bene e disse “Senti, dammi una mano. Non voglio andare da solo.”

“Ok” gli dissi. E lo accompagnai al Commissariato più vicino.

Qualche settimana dopo la svolta. Vidi nuovamente le pattuglie della prima sera. Questa volta niente urla delle sirene, né bagliori blu. Solo tanta gentilezza ed un uomo sollevato e sorridente. La giustizia era fatta e lui tornò libero. Libero dall’accusa infamante, libero di tornare alla sua famiglia ed al suo unico amore, la sua donna.

Negli stessi minuti, il secondo uomo, quello vendicativo e bastardo, venne prelevato. Questa volta era lui nei guai.

Si scoprì pochi mesi dopo, dalle indagini sull’omicidio, che l’assassino era proprio quel testimone, tanto falso quanto cattivo, che tempo prima aveva accusato un innocente.

Fu condannato all’ergastolo e dovette risarcire il malcapitato di turno che, in modo molto pacato e quasi piangendo, mi ringraziò.

Non rividi più nessuno dei due, né fui contattato dagli agenti, ma una cosa era certa. Avevo aiutato un innocente ad essere un uomo libero e la giustizia ad essere veramente giusta.”

Incontri

“Era una calda sera estiva.
Io ed una mia amica eravamo a passeggiare in un piccolo parco, un luogo a noi caro perché era il luogo dove ci siamo conosciuti. 

La Luna, la magica Luna faceva capolino sopra le nostre teste e, con la sua luce, quasi ci accarezzava. 

Ad un tratto, un bagliore accecante ci sorprese. Fummo quasi scioccati da tanta luminosità e cademmo a terra. Non so se fu il lampo luminoso a farci svenire o solo lo spavento. 

Ricordo solo che, quando ci risvegliammo, eravamo stesi su una specie di letto ipertecnologico, una struttura metallica – per altro molto comoda – con cui ci potevamo muovere liberamente ovunque, pur restando stesi. 

Provammo a capire dove ci trovavamo. Era un posto strano e nuovo per noi e ci guardammo a lungo in faccia per l’incredulità. 

Ad un certo punto, un personaggio dalle sembianze particolari ci apparve davanti, ci scrutò quasi stranito dalla lieve somiglianza con lui e cominciò a parlare. Ci chiese come stavamo e ricordo che ci chiamò per nome. 

Rimanemmo agghiacciati. “Come fai a sapere i nostri nomi?” chiesi io. Lui mi rispose che sapeva molte cose di noi, mi disse che erano anni che ci osservava per capire. 

Poi, devo dire molto gentilmente, si presentò. Disse di chiamarsi Martium e di venire da uno dei Pianeti più remoti dell’universo. 

La mia amica si spaventò molto. Si mise ad urlare di lasciarci andare e che, se fosse stato uno scherzo, sarebbe stato di cattivissimo gusto ma…. Uno scherzo non lo era affatto. 

Ci fece vedere – e qui io sorrisi – un documento, scritto in una lingua strana ma comprensibile, molto simile al latino, e su questo documento c’era scritto “Comandant Martium” ed altre scritte che ora non ricordo. 

Ci spiegò, rassicurando lei, che non aveva alcuna intenzione di farci del male. Anzi! Voleva solamente studiarci un po’ e capire i nostri usi e farci capire – con un non so che di manie di grandezza – come rendere il nostro pianeta più civile e funzionale…. 

Continuammo a non comprendere… 

Ad un tratto ci guarda e dice “Amici, seguitemi. Vi mostro un po’ della nostra gente e delle nostre usanze, vi va?” 

Noi timidamente annuimmo e lui ci portò in una vera e propria suite, con tanto di arredi di pregio. Rimasi colpito da tutto quel lusso in un posto così spartano. Lui ci fece vedere un monitor in cui si vedeva la nostra gente e le scelte che faceva. Si notava, però, sulla destra una specie di schermo a realtà virtuale, in cui veniva ritratta la stessa persona, ma in un altro comportamento, a loro dire più corretto. 

Ad un certo punto il monitor si soffermò su un dettaglio che mi fece gelare il sangue. Ero io che venivo ritratto mentre, in una litigata, diedi una manata ad un amico, facendolo cadere a terra. 

Mi girai a destra, dallo schermo in cui doveva esserci il giusto comportamento, ma notai che era spento. Gli chiesi: “Scusi Comandante, ma perché lo schermo “dei comportamenti giusti” è spento? 

Anche la mia amica, scioccata dalla scena a cui aveva assistito poco prima, chiese il perché. E fu lì la grande sorpresa. Lui, il nostro ormai amico extraterrestre, ci guardò e si mise a ridere. “Vedete” ci disse “noi sul nostro pianeta abbiamo una grande tecnologia, ma essa ci aiuta, ed abbiamo anche sistemi che controllano che ciò che facciamo non sia dannoso per il nostro sistema. Ma….” Si fermò. 

“Ma??” Chiese la mia amica. 

“Ma….Non abbiamo la cosa più importante: l’autodeterminazione. In realtà anche i nostri comportamenti sono controllati dalla tecnologia. Non abbiamo emozioni, non abbiamo sensazioni, noi viviamo in funzione di un computer che ci dice cosa fare.” 

“Ma è sconvolgente” Dissi io. 

“Sì” mi rispose “E’ sconvolgente, ed è quello che sta succedendo a voi. Ormai tutti sui social, su Facebook, Twitter, tutti connessi e tutti con “il pensiero di massa” ma nessuno che ha un’idea sua”. 

La mia amica ed io rimanemmo attoniti. Poi, quasi di scatto, gli dissi “Vedi, hai ragione! Stiamo annullandoci e ci stiamo facendo uccidere la mente dalla tecnologia”. 

Lui rise, ma non di cattiveria, ma quasi ad annuire nei miei confronti. Mi disse “Amico, hai capito ora in che mondo vi state evolvendo? Hai capito cosa sta per succedere? Voi umani state quasi arrivando al nostro sistema. Un mondo apatico, senza emozioni. Un mondo in cui non si ragiona se non “perché l’ha detto la tv”.” 

Stemmo lì a parlare tanto tempo, in una conversazione quasi surreale ma molto costruttiva. Alla fine ci abbraccio e ci disse “Ora che il mio scopo è raggiunto, tornate tra la vostra gente. E’ ora.” 

Quasi ci rimanemmo male, ma da un lato ci sentimmo sollevati ed accettammo la sua offerta di lasciarci andare, con una promessa: insegnare nuovamente al mondo a pensare a suo modo, ognuno con le sue emozioni e le sue usanze. Ognuno in modo differente. 

Ci ritrovammo, di colpo, nello stesso punto in cui eravamo stati inizialmente e tornammo alla vita di sempre, ma più consapevoli di noi stessi e, forse, un po’ più ricchi. 

Un solo fatto avvenne dopo quello strano, stupendo, incontro: io e la mia amica buttammo via i cellulari, tornando alle vecchie maniere e fu grazie a quello che ora, finalmente, posso dire di amare una persona. Alla follia. E posso dire di amarla davvero, senza tecnologia. Solo e unicamente nella realtà.” 

Amore Malato.

“Ciao,
mi chiamo Malia (il nome è di fantasia). Ho 25 anni e da quando ne avevo 16 esco con un ragazzo. Lui è il mio amore, si chiama Robert.

Ci amiamo alla follia e lui mi fa sentire bene, mi adora, mi fa sembrare una Regina.

Sì, una Regina.

Qualche settimana fa, mi son sentita tremendamente in colpa perché ho sbagliato e l’ho fatto arrabbiare tanto. Non è la prima volta che il mio amore si arrabbia con me. Non è la prima volta neanche che commetto un errore.

E lui, anche questa volta, come ogni volta, mi ha punita per lo sbaglio. Me lo sono meritato. Mi ha dato uno schiaffo in pieno volto. Dopo quella sberla il mio viso era rosso fuoco, io piangevo ma non so perché. E’ stata colpa mia se si è arrabbiato e se non sono stata in grado di farmi perdonare. E’ colpa mia se l’ho messo in condizione di darmi quel ceffone.

Io sbaglio molto, lo so bene. E lui, per il mio bene, cerca – come dice lui – di correggermi. Lo fa sempre, perché sbaglio sempre.

Lui lo fa perché mi ama ed il segno del suo amore, a volte, è anche sentir male.
Mi ama talmente tanto che, pensate, non vuole che io neanche vada a farmi un giro con un’amica. Mi protegge in questo modo. Vuole fortemente che io sia tutta per lui e nessun altro. Neanche per un attimo posso essere di qualcun altro.

Ora però non ci sono più. E questa storia ve la sto raccontando dal cielo, da quel posto infinito che lui, nel suo profondo amore, mi voleva far toccare. Ed ora, quel cielo l’ho toccato, lo abbraccio e lo abbraccerò per sempre, perché lui, quel mio grande amore, in un attimo di nervoso mi ha uccisa.

Mi ha colpita forte, per correggermi, ma forse il forte era troppo forte per me. Ho picchiato il capo e sono deceduta.

Ora, amici ed amiche che vedete la mia storia, non ci sono più.
Non sono più di nessuno. E lascio i miei figli, i nostri figli, che non avranno più la loro madre, in segno di un amore che forse amore non era.”

Babysitter picchia bimba: arrestata.

Una bambinaia di Torino è stata arrestata dai Carabinieri per aver maltrattato una piccola di 2 anni.

Il fatto è avvenuto in un parco pubblico sotto gli occhi dei passanti che, per fortuna, hanno avvisato le forze dell’ordine.

Secondo le testimonianze, la babysitter avrebbe percosso la bambina sul passeggino dandole numerosi schiaffi. Ai militari, invece, ha dichiarato che i segni sul volto della minore erano causati da numerose punture d’insetto.

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Addio a Luciano De Crescenzo.

E’ spirato quest’oggi, a Roma il popolare regista, attore e scrittore Luciano de Crescenzo.

Nato a Napoli il 16 agosto 1928 si laureò in Ingegneria Idraulica ma, di lì a poco, capì che la sua strada era quella di “scrittore divulgatore”.

La sua prima opera, “Così parlo Bellavista”, vendette ben 600.000 copie e fu l’inizio di quella che fu una florida carriera sia in campo nazionale che internazionale, che lo portò a pubblicare oltre 50 titoli.

Commosso il ricordo dell’amico e collega Renzo Arbore che afferma come la cultura italiana e la “napoletanità” abbia perso un pezzo pregiato. Arbore lo definisce un Maestro dell’ironia campana e della cultura partenopea che, a suo dire, da oggi è un po’ più povera.

Caserta: picchia alunno autistico, ai domiciliari.

Un insegnante 53enne è finito ai domiciliari per aver maltrattato e picchiato un suo alunno di 14 anni affetto da autismo.

Il provvedimento, emesso dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), è stato notificato dopo che, a marzo, i genitori avevano denunciato alla Procura l’insegnante, partendo da un deciso cambiamento nel comportamento del ragazzo, diventato improvvisamente violento.

I video successivamente realizzati dalle forze dell’ordine hanno poi mostrato la veridicità dei sospetti dei genitori e permesso, visti gli spintoni, schiaffi e strette al collo emersi dal video, l’emanazione del provvedimento di fermo nei confronti dell’uomo.

Israele: nuova sperimentazione per la SLA.

Arriva da Israele la notizia di un nuovo studio per ridurre, o quantomeno contenere, i gravissimi danni derivanti dalla Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA).

Un pool di ricercatori dell’Università di Tel Aviv, in collaborazione con il Hadassah Medical Center di Gerusalemme, ha scoperto che la causa della malattia risiede nel “microRNA”, quell’insieme di cellule che, ad un certo momento, iniziano a produrre sostanze tossiche nei muscoli e negli altri apparati dell’organismo umano.

Responsabile primario della SLA sarebbe, secondo quanto riporta il Journal of Neuroscience, il miR-126-5p la cui manipolazione permetterebbe, come sta già avvenendo nella sperimentazione animale sui topi, di far regredire la malattia, riducendo la possibilità di una nefasta prognosi di paralisi totale.

Insomma, una nuova speranza per i malati di SLA, condannati alla paralisi ed ad un’aspettativa di vita che, di consueto, non supera i 5 anni dalla scoperta della malattia.

Roma: muore Andrea Camilleri.

Si è spento all’età di 93 anni il popolare scrittore Andrea Camilleri.

Il “padre” del commissario Montalbano è spirato questa mattina nell’ospedale di Santo Spirito di Roma, dov’era ricoverato ormai da diversi giorni per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Cordoglio unanime di scrittori, artisti ed esponenti del mondo politico, con il Presidente Mattarella che, in una nota, ricorda come i suoi racconti abbiano avvicinato al mondo della lettura una moltitudine di persone.

Ricordo commosso della Rai che, nella persona del suo Presidente, ringrazia il Maestro per la sua capacità di entrare nella vita della gente attraverso i suoi racconti ed i suoi personaggi.

I funerali, come da volontà dello scrittore, saranno in forma strettamente privata e la famiglia, successivamente, comunicherà dove rendere omaggio al suo congiunto.

U.S.A., Area 51: militari in allarme.

E’ partito tutto come un evento goliardico sul social network Facebook, ma rischia seriamente di diventare un problema.

Si parla del “Storm Area 51. They can’t stop all of us”. L’evento, creato per attirare “like” da un ragazzo statunitense, però, è stato decisamente preso sul serio da molti followers che si starebbero preparando per un super raduno (1.200.000 persone) con l’intento di accedere a quella che, per tutti, è la zona più inaccessibile del pianeta.

Miti e leggende si sono creati nel tempo su questa base militare U.S.A., sita nel deserto del Nevada. Si pensa che in quest’area, super segreta (non visibile persino sulla mappa di Google) e super sorvegliata, ci siano dischi volanti od aerei ipertecnologici. Alcuni affermano che vi siano armi segrete progettate dagli States. Altri ancora affermano ci possano essere dei progetti militari o dei laboratori chimici per creare bioarmi potentissime.

Nulla di questo si può affermare con certezza, ma da qualche giorno l’intelligence americana è in allarme per quella che potrebbe diventare un’invasione e, potenzialmente, una carneficina. Infatti, non solo l’assalto ad una base militare è reato federale, ma i militari di una qualsiasi base militare, in caso di accesso non autorizzato, possono sparare a vista ad altezza uomo.

F.B.I. e C.I.A., così come l’esercito, sono in stato di allarme e, si spera, l’evento Facebook rimanga solo una pessima goliardata, senza vedere mai la luce.

Savona: omicidio al karaoke.

Ha ucciso la sua ex moglie davanti ad una moltitudine di astanti e ferito alcune persone, tra cui una bimba di 3 anni.

Lui, Domenico Massari, era già stato denunciato numerose volte dalla ex, Deborah Ballesio, ma le denunce della donna non avevano prodotto risultati.

Nel 2015, quando lei aveva un locale nel savonese, il Massari l’aveva avvertita, dando fuoco al bar stesso e minacciandola. Da allora, il killer, si era ripromesso di fargliela pagare per quella separazione e sabato sera, durante una serata karaoke in spiaggia a Savona, le ha sparato diversi colpi di pistola.

I colpi sparati hanno prodotto anche diversi feriti e lui, che subito si era dileguato, si è consegnato al carcere di Sanremo, solo dopo aver sentito della bambina ferita.
Ai P.M. ha dichiarato di non essere assolutamente pentito di quello che ha fatto, ma di essere dispiaciuto per il ferimento della piccola e delle altre persone, che, per fortuna, non versano in gravi condizioni.

Ora si trova in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato, oltre che di porto abusivo d’arma da fuoco (risultata rubata) e munizionamento.

Caso Sea Watch 3: arrestata Carola Rackete.

E’ stata prelevata dalla Guardia di Finanza Carola Rackete, la comandante tedesca della Sea Watch 3, resasi responsabile di diversi reati.

La 31enne, facente parte dell’organizzazione Sea Watch, era al comando della nave battente bandiera olandese quando, all’ingresso nelle acque nazionali italiane, le è stato vietato l’ingresso.
Lei, invece di rispettare l’ordine ha tirato dritto, arrivando ad un miglio dalle coste di Lampedusa.
Ora, dopo che la nave, sempre senza alcuna autorizzazione, è attraccata a Lampedusa, la ragazza dovrà rispondere di mancata obbedienza a nave militare (art. 1099 codice della navigazione), violenza a nave militare (art. 1100 codice della navigazione, per aver speronato una motovedetta), favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (art. 12 del T.U. 286/98) e, probabilmente, tentato naufragio per aver quasi schiacciato una motovedetta tra la nave stessa e la banchina.

Carola Rackete, che per il nuovo decreto Sicurezza-Bis potrebbe essere anche espulsa dall’Italia come persona potenzialmente pericolosa o non gradita, rischia una pena che va dai 3 ai 10 anni di carcere solo per lo speronamento. La pena complessiva che rischia è, però, di 17 anni.

Sbarcati, in ogni caso, i migranti a bordo, tutti uomini, che verranno portati in CIE temporanei per essere poi redistribuiti in altre Nazioni.

“Non chiamatemi Portiera”. Laura Giuliani in difesa della lingua italiana.

Laura Giuliani, classe 1993, è una giocatrice italiana ed è l’estremo difensore della Nazionale Italiana femminile di calcio, impegnata in questi giorni nel Campionato mondiale di calcio in Francia.

Al di fuori del campo, però, ha un dono incredibile: difendere la lingua italiana da storpiature e modifiche indegne.
Intervistata prima della partita con la Cina, il portiere bianconero della Nazionale allenata da Milena Bertolini, dice di non sopportare la femminilizzazione delle parole che lei definisce Unisex.

Ai microfoni dei giornalisti italiani riferisce di essere inorridita quando sente parole come Sindaca, Assessora e simili, perché – dice – sono termini che esulano dalla corretta lingua italiana ed essendo storpiature vanno aboliti.

“Chiamatemi Portiere che è il termine esatto” conclude, fiera di essere riconosciuta con quel termine neutro che, per lei, ha un valore speciale.

Laura Giuliani, in campo, sarà impegnata domani (sabato 29 giugno, ndr) nei quarti di finale contro la compagine olandese, a suo dire impegnativa perché dal gioco speculare all’Italia.