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La strana serata.

“Una sera mi trovavo per le vie della mia città.

Un centro tranquillo, di 15.000 anime dove ben poco succedeva per arrivare agli onori della cronaca.

Ricordo che, con degli amici, giravo per la zona pedonale.

Ad un tratto vidi, poco distante da me, una ragazza seduta su un marciapiede con le mani in volto.

Subito non capii il suo comportamento. Gli occhi bassi e lucidi e lo sguardo perso nel vuoto. E quelle mani, mani piccole, minute, delicate. Ricordo che mi avvicinai a lei e che mi guardò terrorizzata. Mi urlò “NON TI AVVICINARE!!!” con un tono quasi sconvolto dalla paura che le facessi del male.

Feci un passo indietro, non volevo spaventarla, ma solo aiutarla e capire come mai tenesse quel comportamento.

Pochi secondi dopo vidi il suo viso distrutto dalle lacrime. Stava piangendo a dirotto, col volto di chi ha passato una guerra e non un sabato sera in una cittadina tranquilla come la mia. Il trucco ormai era completamente colato, gli occhi gonfi di pianto, tanto da non riuscire neanche a stare aperti. E quella voce, la voce rotta di chi non sa più che dire, né che fare.

Notai in lei un terrore folle e cominciai a parlarle. Lei, diffidente e spaventata, non conoscendomi si terrorizzò e si chiuse per un po’ a riccio. I miei amici non si accorsero di nulla, andarono avanti per i fatti loro senza notare neanche che mi ero fermato.

Non mi importò molto di loro, in quell’occasione.

Mi importava maggiormente l’aiuto che avrei voluto e potuto dare ad una ragazza distrutta dal dolore e dalla tensione.

In pochi minuti, dopo lo shock iniziale, lei iniziò ad aprirsi. Non le chiesi subito il perché si tenesse il volto o per quale motivo stesse piangendo. Le chiesi il nome e le dissi il mio. Fu lei poi a dirmi di scusarla se mi stava facendo stare lì a pensare a lei invece che stare con gli amici in un bel sabato sera estivo.

Le dissi chiaramente una frase: “Ragazza cara. Non mi frega nulla, l’importante è che tu possa star meglio.”

Non so perché mi prese tanto la situazione.

Lei dopo un po’ di parole capì di potersi fidare di me. Parliamoci chiaro, se avessi voluto farle del male, avrei avuto già l’occasione all’inizio, quando si disperava.

Fu così che lei, in un momento di sfogo, mi disse che il suo “ragazzo” l’aveva mollata, non prima di averla picchiata e derisa davanti ai suoi amici.

“Begli amici!!!!” dissi io arrabbiatissimo. Come si può definire amico chi non ferma un atto schifoso come la violenza????

La feci parlare, lei pianse, si appoggiò a me, che intanto mi ero seduto accanto a lei. E parlò. Parlò per più di due ore delle continue angherie e violenze che quell’uomo, se così si può chiamare, le perpetrava ormai da più di 5 anni.

Alla fine la convinsi a fare l’azione più dura della sua vita. Rivolgersi alle forze dell’ordine e denunciare il suo aguzzino. Non potevo sopportare che un essere spregevole come quello potesse ridurre in lacrime e distruggere moralmente una persona rimanendo impunito. L’accompagnai io alla Stazione dei Carabinieri.

Lei raccontò tutto all’agente di turno che la convinse. La convinse a mettere tutto nero su bianco e firmare la denuncia.

Capite? Avevo appena aiutato una donna a denunciare il suo aguzzino, il violento di turno che non ha specie e non ha cuore.

Pochi giorni dopo seppi che il violento in questione fu arrestato dai militari e rinchiuso in cella, in attesa di sentenza.

Fu lei a dirmelo, con gli occhi questa volta piena di gioia e di felicità per essersi, finalmente, liberata di quel balordo.

Ed è questo che spero facciano tutti. Spero un giorno di poter dire “Finalmente le donne stanno denunciando le violenze!”

Non dimenticherò mai i suoi occhi, anche se….. spero di non vedere mai più occhi così feriti e tristi come i suoi.”

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L’infame.

“28 agosto 1999.

I grilli cantavano festanti ed il vociare dei bambini che giocavano in piazza allietava la calda sera di fine estate.

Una bellissima serata, ma ad un tratto l’urlo assordante delle sirene, accompagnato dal bagliore delle luci stroboscopiche blu, squarcia la tranquillità dell’intero paese.

Gli agenti, intervenuti a sirene spiegate, circondano la palazzina proprio di fronte a me. Dopo pochi minuti, il silenzio. Le sirene si spengono così come le luci lampeggianti. Non è dato sapere cosa stia succedendo nel palazzo di fronte.

Ad un tratto qualcosa si muove. Escono due uomini in giacca e cravatta, di un’eleganza smodata, seri e compassati. Scruto, nei loro occhi, una piccola soddisfazione. Appena qualche secondo ed escono altri uomini con la pettorina classica della Polizia ed un uomo che, data l’ora e probabilmente la stanchezza lavorativa, pareva vestito solo in pigiama, con lo sguardo assonnato di chi, forse, si era appisolato guardando la televisione.

Mi colpì molto il suo sguardo. Pareva assonnato, ma ancora di più pareva incredulo e triste. Quasi sembrava in shock per quello che, poi, si capì essere l’arresto.

L’accusa, seppi giorni dopo, fu delle più infamanti: omicidio, come direbbero gli americani, di primo grado. Si tratta della fattispecie più grave, l’assassinio volontario di una persona.

Rimasi stranito alla notizia.

Conoscevo di vista quell’uomo e tutto avrei pensato, meno che fosse un omicida. Ricordo un giorno in cui ci parlai e rimasi colpito dalla sua personalità, gentile e garbata. Era sì un uomo deciso, ma talmente deciso da compiere un omicidio proprio no. Non ci potevo credere.
Fu arrestato sulla base di un testimone che, a suo dire, lo aveva visto mentre spingeva con forza una persona sotto il treno che passava in corsa alla stazione.

Passarono parecchi anni. Sentii che quell’uomo fu condannato in primo grado a 30 anni di carcere per omicidio volontario aggravato dai futili motivi.
Un’accusa a cui non credevo.

Fu per questo che, anche se non avevo rapporti personali con quell’uomo, mi misi ad indagare.

Non sono né un detective né un agente di polizia, ma un semplice ragazzo con sete di giustizia.

Cominciai a carpire quante più informazioni possibili sull’assassino e la sua vittima. Sulle loro famiglie.

Parlai a lungo persino col testimone presunto del fatto.

Ci misi anni ma arrivai alla verità. L’uomo arrestato era stato incastrato.

Come lo scoprii?

Semplice, feci parlare il teste dell’omicidio che, onestamente, non conoscevo.

Ho un animo abbastanza provocatore e fu grazie a questo che riuscii a farlo parlare nel pieno della sincerità e franchezza.

Mi raccontò che colui che aveva indicato come assassino, in realtà, era un suo ex socio d’affari con cui aveva diviso la proprietà di una piccola azienda.
Purtroppo per l’accusato, un bel giorno trovò il caro socio con le “mani nella marmellata”. Stava distraendo dei ricavi della piccola azienda di cui erano proprietari per avere più soldi da giocare.

Era un ludopatico. Giocava più volte al giorno, senza mai smettere per diverse ore.

Il mio dirimpettaio era il socio di maggioranza, colui che deteneva la titolarità delle azioni da intraprendere e colui che assumeva le decisioni fondamentali per la vita economica e gestionale dell’azienda.

Quando trovò il socio con le mani nel sacco si arrabbiò molto, tanto da voler rilevare le sue quote e liquidarlo in malo modo.

Ricordo che il socio fedifrago mi disse: “Non lo sopportavo. Mi disse . Non potevo permettermi una denuncia, così appresi del ritrovamento del cadavere di una giovane qui vicino e mi inventai tutto. Dissi alla polizia che ero testimone di un omicidio, l’omicidio della ragazza, e da qui partì tutto”.

“Mi volevo vendicare per quello che era successo” – continuò – “ed il solo modo era quello di infamarlo.”

“Bello stronzo” dissi io.

“Cosa potevo fare?” mi rispose “Ho moglie e due figli ed una denuncia mi avrebbe tolto dalla loro vita per sempre. Mia moglie è molto rigida ed io non potevo nascondere la mia malattia.”

“Malattia?” chiesi sorpreso.

“Sì, malattia. Gioco e sono consapevole di rovinarmi, ma non so smettere”.

“E così infami un uomo e macchi di un’onta terribile una persona per la tua stupida, ignorante malattia??” dissi seccatissimo.

Non so cosa mi tenne dal rifilargli un pugno in faccia.
Sta di fatto che pochi giorni dopo rividi quel disgraziato e gli dissi “Sai, ho pensato bene alla chiacchierata dell’altro giorno e sono dell’idea che devi andare dagli agenti a dire la verità.”

Lui subito rise, ma poi ci pensò bene e disse “Senti, dammi una mano. Non voglio andare da solo.”

“Ok” gli dissi. E lo accompagnai al Commissariato più vicino.

Qualche settimana dopo la svolta. Vidi nuovamente le pattuglie della prima sera. Questa volta niente urla delle sirene, né bagliori blu. Solo tanta gentilezza ed un uomo sollevato e sorridente. La giustizia era fatta e lui tornò libero. Libero dall’accusa infamante, libero di tornare alla sua famiglia ed al suo unico amore, la sua donna.

Negli stessi minuti, il secondo uomo, quello vendicativo e bastardo, venne prelevato. Questa volta era lui nei guai.

Si scoprì pochi mesi dopo, dalle indagini sull’omicidio, che l’assassino era proprio quel testimone, tanto falso quanto cattivo, che tempo prima aveva accusato un innocente.

Fu condannato all’ergastolo e dovette risarcire il malcapitato di turno che, in modo molto pacato e quasi piangendo, mi ringraziò.

Non rividi più nessuno dei due, né fui contattato dagli agenti, ma una cosa era certa. Avevo aiutato un innocente ad essere un uomo libero e la giustizia ad essere veramente giusta.”

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Incontri

“Era una calda sera estiva.
Io ed una mia amica eravamo a passeggiare in un piccolo parco, un luogo a noi caro perché era il luogo dove ci siamo conosciuti. 

La Luna, la magica Luna faceva capolino sopra le nostre teste e, con la sua luce, quasi ci accarezzava. 

Ad un tratto, un bagliore accecante ci sorprese. Fummo quasi scioccati da tanta luminosità e cademmo a terra. Non so se fu il lampo luminoso a farci svenire o solo lo spavento. 

Ricordo solo che, quando ci risvegliammo, eravamo stesi su una specie di letto ipertecnologico, una struttura metallica – per altro molto comoda – con cui ci potevamo muovere liberamente ovunque, pur restando stesi. 

Provammo a capire dove ci trovavamo. Era un posto strano e nuovo per noi e ci guardammo a lungo in faccia per l’incredulità. 

Ad un certo punto, un personaggio dalle sembianze particolari ci apparve davanti, ci scrutò quasi stranito dalla lieve somiglianza con lui e cominciò a parlare. Ci chiese come stavamo e ricordo che ci chiamò per nome. 

Rimanemmo agghiacciati. “Come fai a sapere i nostri nomi?” chiesi io. Lui mi rispose che sapeva molte cose di noi, mi disse che erano anni che ci osservava per capire. 

Poi, devo dire molto gentilmente, si presentò. Disse di chiamarsi Martium e di venire da uno dei Pianeti più remoti dell’universo. 

La mia amica si spaventò molto. Si mise ad urlare di lasciarci andare e che, se fosse stato uno scherzo, sarebbe stato di cattivissimo gusto ma…. Uno scherzo non lo era affatto. 

Ci fece vedere – e qui io sorrisi – un documento, scritto in una lingua strana ma comprensibile, molto simile al latino, e su questo documento c’era scritto “Comandant Martium” ed altre scritte che ora non ricordo. 

Ci spiegò, rassicurando lei, che non aveva alcuna intenzione di farci del male. Anzi! Voleva solamente studiarci un po’ e capire i nostri usi e farci capire – con un non so che di manie di grandezza – come rendere il nostro pianeta più civile e funzionale…. 

Continuammo a non comprendere… 

Ad un tratto ci guarda e dice “Amici, seguitemi. Vi mostro un po’ della nostra gente e delle nostre usanze, vi va?” 

Noi timidamente annuimmo e lui ci portò in una vera e propria suite, con tanto di arredi di pregio. Rimasi colpito da tutto quel lusso in un posto così spartano. Lui ci fece vedere un monitor in cui si vedeva la nostra gente e le scelte che faceva. Si notava, però, sulla destra una specie di schermo a realtà virtuale, in cui veniva ritratta la stessa persona, ma in un altro comportamento, a loro dire più corretto. 

Ad un certo punto il monitor si soffermò su un dettaglio che mi fece gelare il sangue. Ero io che venivo ritratto mentre, in una litigata, diedi una manata ad un amico, facendolo cadere a terra. 

Mi girai a destra, dallo schermo in cui doveva esserci il giusto comportamento, ma notai che era spento. Gli chiesi: “Scusi Comandante, ma perché lo schermo “dei comportamenti giusti” è spento? 

Anche la mia amica, scioccata dalla scena a cui aveva assistito poco prima, chiese il perché. E fu lì la grande sorpresa. Lui, il nostro ormai amico extraterrestre, ci guardò e si mise a ridere. “Vedete” ci disse “noi sul nostro pianeta abbiamo una grande tecnologia, ma essa ci aiuta, ed abbiamo anche sistemi che controllano che ciò che facciamo non sia dannoso per il nostro sistema. Ma….” Si fermò. 

“Ma??” Chiese la mia amica. 

“Ma….Non abbiamo la cosa più importante: l’autodeterminazione. In realtà anche i nostri comportamenti sono controllati dalla tecnologia. Non abbiamo emozioni, non abbiamo sensazioni, noi viviamo in funzione di un computer che ci dice cosa fare.” 

“Ma è sconvolgente” Dissi io. 

“Sì” mi rispose “E’ sconvolgente, ed è quello che sta succedendo a voi. Ormai tutti sui social, su Facebook, Twitter, tutti connessi e tutti con “il pensiero di massa” ma nessuno che ha un’idea sua”. 

La mia amica ed io rimanemmo attoniti. Poi, quasi di scatto, gli dissi “Vedi, hai ragione! Stiamo annullandoci e ci stiamo facendo uccidere la mente dalla tecnologia”. 

Lui rise, ma non di cattiveria, ma quasi ad annuire nei miei confronti. Mi disse “Amico, hai capito ora in che mondo vi state evolvendo? Hai capito cosa sta per succedere? Voi umani state quasi arrivando al nostro sistema. Un mondo apatico, senza emozioni. Un mondo in cui non si ragiona se non “perché l’ha detto la tv”.” 

Stemmo lì a parlare tanto tempo, in una conversazione quasi surreale ma molto costruttiva. Alla fine ci abbraccio e ci disse “Ora che il mio scopo è raggiunto, tornate tra la vostra gente. E’ ora.” 

Quasi ci rimanemmo male, ma da un lato ci sentimmo sollevati ed accettammo la sua offerta di lasciarci andare, con una promessa: insegnare nuovamente al mondo a pensare a suo modo, ognuno con le sue emozioni e le sue usanze. Ognuno in modo differente. 

Ci ritrovammo, di colpo, nello stesso punto in cui eravamo stati inizialmente e tornammo alla vita di sempre, ma più consapevoli di noi stessi e, forse, un po’ più ricchi. 

Un solo fatto avvenne dopo quello strano, stupendo, incontro: io e la mia amica buttammo via i cellulari, tornando alle vecchie maniere e fu grazie a quello che ora, finalmente, posso dire di amare una persona. Alla follia. E posso dire di amarla davvero, senza tecnologia. Solo e unicamente nella realtà.” 

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Amore Malato.

“Ciao,
mi chiamo Malia (il nome è di fantasia). Ho 25 anni e da quando ne avevo 16 esco con un ragazzo. Lui è il mio amore, si chiama Robert.

Ci amiamo alla follia e lui mi fa sentire bene, mi adora, mi fa sembrare una Regina.

Sì, una Regina.

Qualche settimana fa, mi son sentita tremendamente in colpa perché ho sbagliato e l’ho fatto arrabbiare tanto. Non è la prima volta che il mio amore si arrabbia con me. Non è la prima volta neanche che commetto un errore.

E lui, anche questa volta, come ogni volta, mi ha punita per lo sbaglio. Me lo sono meritato. Mi ha dato uno schiaffo in pieno volto. Dopo quella sberla il mio viso era rosso fuoco, io piangevo ma non so perché. E’ stata colpa mia se si è arrabbiato e se non sono stata in grado di farmi perdonare. E’ colpa mia se l’ho messo in condizione di darmi quel ceffone.

Io sbaglio molto, lo so bene. E lui, per il mio bene, cerca – come dice lui – di correggermi. Lo fa sempre, perché sbaglio sempre.

Lui lo fa perché mi ama ed il segno del suo amore, a volte, è anche sentir male.
Mi ama talmente tanto che, pensate, non vuole che io neanche vada a farmi un giro con un’amica. Mi protegge in questo modo. Vuole fortemente che io sia tutta per lui e nessun altro. Neanche per un attimo posso essere di qualcun altro.

Ora però non ci sono più. E questa storia ve la sto raccontando dal cielo, da quel posto infinito che lui, nel suo profondo amore, mi voleva far toccare. Ed ora, quel cielo l’ho toccato, lo abbraccio e lo abbraccerò per sempre, perché lui, quel mio grande amore, in un attimo di nervoso mi ha uccisa.

Mi ha colpita forte, per correggermi, ma forse il forte era troppo forte per me. Ho picchiato il capo e sono deceduta.

Ora, amici ed amiche che vedete la mia storia, non ci sono più.
Non sono più di nessuno. E lascio i miei figli, i nostri figli, che non avranno più la loro madre, in segno di un amore che forse amore non era.”

U.S.A.: rapina banca e lancia soldi in aria.

A Natale si sa, l’euforia dei festeggiamenti può fare brutti scherzi, ma quello che è successo in Colorado (USA) ha quasi del grottesco.

Un uomo di oltre 60 anni si è introdotto in un ufficio bancario della Academy Bank ed ha, sotto la minaccia di un’arma non meglio identificata, rapinato la filiale, portando via una grossa somma di denaro.

Tutto “normale” direte voi, invece no.

L’uomo, uscendo dalla filiale, prima dell’arrivo della Polizia, ha iniziato a lanciare il denaro in aria, distribuendolo “urbi et orbi” al grido di “Merry Christmas”.

Il Babbo Natale, poi, è stato arrestato poco dopo in una caffetteria, ma resta comunque negli annali della memorabilità, come mito indiscusso del Natale 2019.

La notizia, ripresa dall’Ansa, è stata pubblicata per prima dalla pagina Commenti Memorabili del social network Facebook, suscitando ilarità e perfino simpatia.

Il Natale ritrovato

“C’era una volta un bambino di nome Alex.

Aveva 5 anni e viveva in un piccolo paesino del nord Europa. Un paesino fantastico, in cui l’atmosfera natalizia era di casa. Lì, infatti, era nato Babbo Natale.

Un giorno, mentre tornava a casa dopo essere andato a trovare un suo amichetto, venne fermato da un essere molto particolare. Era vestito con dei pantaloni bianchi e rossi a strisce. La sua maglietta di colore verde smeraldo dai contorni ed il cappellino dalla forma strana lo rendevano buffo a vedersi.

Anche la sua voce era strana. Stridula, con quell’inflessione quasi grottesca, comica.

Il piccolo Alex si fermò a guardarlo. Era stupito, quasi incredulo e diffidente. Aveva paura.

D’altronde la mamma gli aveva sempre detto “Alex, non ti fidare degli sconosciuti, possono farti del male”.

Alex, memore di quell’insegnamento, scappò via.

Scappò a casa dalla mamma che, in quel momento, stava addobbando casa per l’avvicinarsi delle festività natalizie.

Passò qualche giorno dalla fuga ed arrivò il Natale.

Alex si alzò e trovò tantissimi doni sotto l’albero ma, vista la sua avversione al Natale ed ai doni che Babbo Natale aveva portato, buttò tutto all’aria e scappò fuori di casa. Mamma lo inseguì per un po’, poi lo perse di vista.

Alex, quando aveva 3 anni, perse il papà in un incidente e, quando scoprì che non sarebbe più tornato a casa, l’anno seguente, smise di credere al Natale ed alla sua magia.

Di colpo il piccolo si trovò in una zona sconosciuta per lui, lontano da casa, senza sapere cosa fare né dove andare.

Ed ecco che ricomparve l’esserino strano di qualche giorno prima.

Questa volta, Alex, in preda al panico, gli andò incontro e disse con voce incerta ed un linguaggio insicuro, tipico della sua età: “Aiuto, voglio mamma!!”

L’esserino dal linguaggio buffo lo calmò e disse: “Ehi piccolo amico. Vieni. Dammi la mano. Mi chiamo Ardian e ti aiuterò. Ma prima c’è una cosa che dovresti vedere”.

Alex, diffidente, disse subito di no ma poi si convinse. Lo seguì e disse: “Ardian dove andiamo? Dov’è la mamma?”

Lui per tutta risposta disse: “Alex caro. Tu credi al Natale? Sai che i doni che hai buttato all’aria sono i doni di Babbo Natale?”

Alex restò imbronciato e scoppiò in lacrime.

Allora Ardian lo abbracciò ed in un baleno lo portò in un mondo colorato, pieno di luci e di gioia. Un luogo fantastico chiamato Natalandia.

In questo posto fantastico, dove Alex smise di piangere in preda allo stupore, tutti erano vestiti come Ardian ed avevano vocine più o meno buffe.

Ciò che sorprese maggiormente Alex fu il fatto che la statura media e le sembianze di molti erano simili alle sue. Anche Ardian, in un certo senso, era simile a lui.

Il loro cammino proseguì per molto tempo. Fu stancante per un piccolo di 5 anni, ma la sorpresa fu così grande che Alex non sentì la fatica.

Ad un tratto lo stupore ed il rumoreggiare per quel mondo fantastico si interruppe e fu sostituito da lacrime. Lacrime di gioia, perché in quel mondo favoloso Alex vide una figura di sembianze umane. Una figura che lui conosceva che gli disse: “Alex, figliolo. Ti ricordi di me? Sono tuo papà. Sarai sorpreso a vedermi e mi spiace se ciò ti fa male” – continuò. Alex non smise un secondo di piangere lacrime di gioia. “Vieni figliolo, abbracciami. Ti voglio spiegare una cosa.

Lui si buttò tra le braccia del padre e lo strinse forte. “Alex, amore mio. Ho visto poco fa cos’hai fatto a quei doni. Ho visto che hai, per un momento, odiato quei doni e sei scappato.

Sai Alex? Mi ha fatto male vedere quella scena. Tu non mi vedi accanto a te, ma ogni volta che sentirai vento. Ogni volta che una goccia di pioggia scenderà sulla tua testa. Ogni momento in cui un fiocco di neve ti accarezzerà sarà il mio gesto per dimostrarti che sono con te. Che sono accanto a te ogni momento.

Il papi vuole che tu ami il Natale, la sua magia e vuole che tu sia felice perché se sei felice lo sono anche io”.

Il bimbo rimase perplesso. Disse: “Papà, vieni con me. Vieni papi”.

Lui rispose: “Amore, sono sempre con te. In ogni cosa che fai, che dici, che pensi e che tocchi.”

“Ora” – continuò – “torna dalla mamma ed apri con gioia quei doni di Babbo Natale e pensami. Sarò accanto a te mentre li aprirai e li stringerai fra le tue manine. Sarò con te quando abbraccerai mamma e le dirai che le vuoi bene. Io, con le mie braccia, sarò attorno a voi”.

“Ora vai” – terminò – “Torna da mamma che sarà preoccupata”.

Lui pianse nuovamente ma disse ad Ardian “Voglio la mamma” ed Ardian schioccò le dita. In un attimo si ritrovò davanti casa.

La mamma, vedendolo lì, si sollevò e lo abbracciò forte. Lo portò in casa e lui gridò “E’ arrivato Babbo Nataleeeeeeeee!!!!!!”

Aprì di scatto tutti i regali e mamma fu incredula. “Sai mamma? Ho parlato con papà e mi ha detto che lui è qui. Mi ha detto che ci vuole bene e che Natale è bello. Ed io AMO NATALE.”

Da quel giorno Alex, ogni anno, si addormentò il 24 dicembre guardando in alto e dicendo solo “Grazie Papà. Ti voglio bene”. Anche ora che quel bimbo è diventato un uomo, ama ed amerà sempre il suo ritrovato Natale.

Concerto “Auguri alla Città” ad Acqui Terme (AL)

Anche quest’anno, come da tradizione, la Corale “Città di Acqui Terme”, capitanata dalla Maestra Anna Maria Gheltrito, terrà il Concerto di Natale.

Quest’anno, il palcoscenico sarà la chiesa di San Francesco, una delle chiese più belle e conosciute della città termale, ricca di storia e dipinti di valore artistico incredibile. Nata intorno al 1220, la Chiesa è stata ricostruita più volte e l’attuale struttura risale al 1835, su opera del geometra Ferraris.

I brani che la Corale interpreterà saranno brani di grande caratura, scritti da compositori di fama mondiale, come la Pastorale di Beethoven, e da “perle” di casa nostra, come Pastori e Notte Santa di Bepi De Marzi.

Come ogni Natale che si rispetti non mancherà la presenza del coro dei bambini che, insieme agli adulti, canteranno 3 brani molto conosciuti ed apprezzati da grandi e piccini, per calare tutti nella magica atmosfera che solo le festività natalizie sanno dare.

L’appuntamento con la Corale “Città di Acqui Terme” ed il coro dei bimbi è per Sabato 21 Dicembre alle ore 21.15 nella splendida Chiesa di San Francesco, in Piazza San Francesco ad Acqui Terme. Come di consueto, l’ingresso è gratuito.

Musica: muore Marie Fredriksson, voce dei Roxette.

Si è spenta lunedì 9 dicembre, all’età di 61 anni, la mitica voce femminile dei Roxette, mito musicale degli anni ’80.

Marie Fredriksson era malata da tempo e, nel 2002, era stata operata per un tumore al cervello che, purtroppo, l’ha costretta a durissimi cicli di chemioterapia e radioterapia, tanto da renderla cieca da un occhio.

La cantante, oltre che coi Roxette, ebbe anche una fiorente carriera solista, che partì nel 1984.

Cordoglio in tutto il mondo musicale ed artistico, con le radio che, appena appresa la notizia (arrivata solo oggi), hanno iniziato a trasmettere i pezzi più famosi: The Look, I wish I could fly ed altri.

Nord Italia: ancora frane e danni.

Nuova ondata di maltempo in nord Italia e, conseguentemente, nuovi danni.

Le piogge hanno nuovamente colpito Piemonte e Liguria, già gravemente indebolite dalla perturbazione dello scorso fine settimana, provocando nuovi danni e nuovi smottamenti.

Nel basso Alessandrino le nuove piogge hanno danneggiato ancor di più le strade e le colline, costringendo in molti casi la Protezione civile ed i pompieri a ricorrere ad evacuazioni.

Nei dintorni di Acqui Terme, per esempio, numerose persone sono state allontanate da casa per timore di crolli. Pareto (AL), Melazzo (AL), Ponzone (AL) i paesi più colpiti con ancora molte zone isolate o difficili da raggiungere, persino per i soccorritori.

Fortunatamente, questa volta, nessuna vittima è stata registrata, grazie specialmente al lavoro di prevenzione messo in atto dagli operatori del soccorso.

Albania: si aggrava il bilancio.

Si aggrava di ora in ora il bilancio del tremendo terremoto verificatosi ieri in Albania.

L’ultimo bilancio parla di 30 morti e 650 feriti.

Intanto sono arrivate in soccorso della popolazione le squadre dei vigili del fuoco, guardia di finanza e carabinieri, per aiutare i soccorritori del luogo ad estrarre quanti più superstiti possibile.

Da informazioni ufficiali delle autorità albanesi, purtroppo, il bilancio sembra destinato ad aumentare.

Italia-Albania: amicizia senza fine

Il nostro Paese si è trovato – ed ancora non è finita – alle prese con un’ondata di maltempo di proporzioni storiche, con moltissimi danni, frazioni isolate e persino un viadotto autostradale crollato. Solo il fato ha voluto che non ci fosse, su quel troncone, nessun’auto e, di conseguenza, che non si registrasse alcuna vittima.

Ma in tutta Italia si sono registrate frane, smottamenti, in provincia di Alessandria si è persino verificato un decesso.

L’Italia, però, non è l’unica Nazione in cui la natura si è fatta notare nella sua accezione più catastrofica, anzi.

Questa notte, tra il 25 ed il 26 novembre 2019, si è verificato un potentissimo terremoto nella vicinissima Albania, che non solo ha causato danni ingentissimi, ma ha spezzato, finora, 21 vite. Persone che stavano dormendo, lavorando o, chissà, divertendosi. Persone giovani e meno giovani che, in ogni caso, vivevano la propria vita.

L’Albania, così come il Nord Italia, è in ginocchio. Morte, distruzione, disperazione. E’ esattamente l’altra faccia di una terribile medaglia. Una ferita difficile, ad oggi, da rimarginare e che accomuna i due popoli, così diversi nelle tradizioni, ma così uniti.

In segno di comunanza, proprio l’Italia ha deciso di aiutare il popolo albanese con uomini, mezzi e viveri. Proprio in queste ore, diverse squadre dei vigili del fuoco italiani stanno partendo alla volta di Durazzo e zone limitrofe per prestare aiuto. Quell’aiuto che non dovrebbe mai mancare al vicino di casa o, in questi casi, ad un popolo amico. Italia e Albania sono Paesi amici e, in caso di bisogno, gli amici non si abbandonano mai.

MotoGP: Jorge Lorenzo si ritira.

Arriva come un fulmine a ciel sereno, oggi, la notizia che Jorge Lorenzo si ritira.

Il campione spagnolo della MotoGP ha dichiarato in prima persona, in una conferenza stampa, di non voler più rischiare.

Jorge, 32 anni, si ritira così dalle scene, decisione a suo dire maturata dopo i recenti incidenti avuti (il più grave al Montmelò) che gli hanno fatto pensare alle sue priorità di vita, per le quali si è chiesto se valeva la pena rischiare ancora.

Shock ed incredulità nel paddock, per una notizia che neanche era nell’aria.

Ordina pizza e fa arrestare marito.

Un astuto piano per far arrestare, dopo anni di soprusi, il marito violento.

E’ questo ciò che ha fatto una donna di Rimini che veniva maltrattata da 3 anni dal compagno.

La signora, pur essendo spaventata, ha finto di voler ordinare una pizza, ma al telefono con lei un carabiniere del 112 che, prontamente, ha capito che qualcosa non andava. Lo si capiva dal tono di voce.

Questo sentore ha spinto l’agente ad inviare una pattuglia a casa della donna e lì hanno trovato la casa a soqquadro e la signora spaventatissima ed il violento che, prima, si è nascosto e poi ha tentato la fuga, venendo tratto in arresto dai militari intervenuti.

Dalla testimonianza della donna si è capito che da tre anni il marito la maltrattava, ma lei non aveva mai avuto il coraggio di denunciarlo.

 

Iraq: attacco a militari italiani.

Un attentato si è verificato oggi in Iraq, ai danni delle forze speciali italiani.

Nell’esplosione, causata da un ordigno rudimentale fatto scoppiare al passaggio della pattuglia, che stava svolgendo un addestramento in favore delle forze di sicurezza irachene, sono rimasti feriti 5 militari italiani, di cui 3 versano in gravi condizioni.

Fortunatamente nessuno dei feriti è in pericolo di vita.

Sdegno da parte del Presidente Mattarella che ha espresso la propria vicinanza ai militari coinvolti ed alle loro famiglie.

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